Le tue idee per Taranto

Il Comune di Taranto chiama e la Salinella non risponde

Il Comune di Taranto decide di incontrare il quartiere Salinella ma sembra essere un urlo nel deserto.

Il 17 Ottobre 2014 presso l’auditorium Santa Famiglia si è tenuto l’incontro dal titolo “ Le tue idee per Taranto”.

Dal giorno 4 Luglio 2014 il Comune di Taranto ha deciso di incontrare gli abitanti di ogni singolo quartiere della città di Taranto. Il 17 Ottobre è toccato al quartiere salinella che puntualmente si è dimostrato non interessato verso queste iniziative.

In tutto questo però ci sono sempre le eccezioni che permettono di non far morire quella parola chimata speranza per un quartiere migliore. Stiamo parlando di alcuni giovani della parrocchia che presi per mano e guidati da alcuni moderatori hanno partecipato attivamente e portato a termine l’incontro.

L’incontro era diviso in varie fasi; nella prima fase ogni abitante doveva esporre le problematiche che secondo lui affliggono il quartiere. Nella seconda fase si doveva pensare a come risolvere queste problematiche. Nella terza fase invece si doveva pensare a quei servizi che mancano nel quartiere e nell’ultima fase pensare a come trovare le risorse per mettere in pratica le idee e le iniziative per rilanciare il quartiere.

L’intera platea si è attivata subito e da subito sono arrivati suggerimenti. Questi suggerimenti avvenivano attraverso dei post-it che ogni partecipante doveva dare al moderatore che con una grande capacità di sintesi doveva creare uno schema dove racchiudere tutti i suggerimenti.

Secondo voi quale fase è stata la più partecipata? Se avete risposto la prima allora avete passato almeno una giornata della vostra vita alla Salinella.

Il quartiere Salinella è un quartiere purtroppo lasciato a se stesso. Se il Comune potesse fare a meno di questo quartiere non ci penserebbe su due volte. I problemi sono svariati ma vorrei ricordarne un paio, i più “votati”; randagismo, mercato della domenica con relativa sporcizia, assenza delle forze dell’ordine per non dimenticare le buche nelle strade che sono ormai un pericolo costante e quotidiano per quei guidatori temerari che decidono di avventurarsi al quartiere salinella.

Nelle altre fasi si può immaginare soltanto quali siano state le idee proposte. Ad esempio per risolvere il problema del randagismo si potrebbe fare dei corsi per sensibilizzare la gente a sapersi relazionare con gli animali senza farsi prendere dalla paura, oppure creare un portale collegato alle forze dell’ordine dove segnalare in modo istantaneo tutto ciò che non va così da facilitare un pronto intervento nei giorni di maggiore confusione; idee che verranno poste all’attenzione degli organi competenti.

In tutto questo dov’erano gli abitanti della Salinella???? Ci si lamenta, ma poi quando c’è una possibilità se pur piccola di partecipazione preferiamo non sporcarci le mani.

Se vogliamo che il quartiere migliori allora dobbiamo essere noi i primi a volerlo a prescindere da chi amministra la cosa pubblica e denunciare ciò che non va bene, ciò che fa male alla nostra terra ed evidenziare tutte le potenzialità ed i pregi del quartiere e dei suoi abitanti.

Un quartiere che con le nostre idee e l’attiva partecipazione di tutte potrebbe essere di impulso per gli amministratori in modo tale da poter offrire, in un recente futuro, tanti di quei servizi che adesso non ci sono e che potrebbero migliorare la qualità della vita ed inculcare nell’animo di tutti un maggiore senso civico per il bene comune.

Dal Giro d’Italia all’Ilva: quatto chiacchiere con Gionatan Scasciamacchia

Intervista a 360° a Gionatan Scasciamacchia, giovane Assessore del Comune di Taranto: quattro chiacchiere sul Giro, l’Ilva, la differenziata e la situazione delle periferie

 

1997-2014: dopo 17 anni torna il Giro d’Italia. Cosa significa, per la città di Taranto, la presenza di questo evento nazionale in un contesto sociale e politico macchiato dagli avvenimenti legati all’Ilva?

Il Giro d’Italia è stato un evento eccezionale perché ha visto la partecipazione di migliaia di cittadini, ma soprattutto tante persona che hanno dimostrato quanto sia importante la collaborazione, perché senza la gente non avremmo mai potuto ottenere un risultato così importante. Ma vedere tante persone contente, studenti, ragazzi, bambini, vedere tutte queste persone felici ci ha fatto veramente un grande piacere, anche perché era un evento che mancava da Taranto da 17 anni. Abbiamo pensato alla partenza per due motivi: il primo per rendere questo atto più convenevole e creare un clima familiare, anche perché l’arrivo crea soltanto attesa e l’emozione dura pochissimi secondi; quindi alla fine il tempo è davvero minimo per godere questi pochi istanti; e la seconda è perché la partenza costa di meno rispetto all’arrivo (circa 30.000€ contro gli 80.000€ dell’arrivo, somme finanziate dalla Regione Puglia, tramite l’assessore Minervini, mentre per quanto riguarda gli eventi collaterali sono stati finanziati da Puglia Promozione). Quindi il costo comunitario è stato pari a zero, e abbiamo solo speso circa 300.000€ (precisamente 287.000€) per rifare il manto stradale, specialmente quello delle strade coinvolte nel Giro d’Italia.

Questi 287.000sono fondi stanziati dal Comune di Taranto oppure dalla Regione Puglia?

giro a tarantoIl capitale è stato prelevato dai fondi comunali, ma non abbiamo utilizzato ciò che era stato previsto per il rifacimento delle altre zone della città. Per il rifacimento del manto stradale, le nostre previsioni si aggirano intorno ai 1.500.000€, divisi in tre lotti, e questi 300.000 sono stati prelevati da altri capitoli di bilancio: quindi, non abbiamo tolto risorse ad altre parti della città. L’amministrazione comunale ha stabilito il percorso anche in base alle strade che dovevano essere ristrutturate e ripristinate per l’occasione, risparmiando ulteriori fondi e creando un tragitto ad hoc.

Giustifica ciò anche a fronte dello stato di abbandono delle strade periferiche? Ci sono piani per il rifacimento di queste?

Assolutamente si. Abbiamo suddiviso la città in tre parti: quartieri Paolo VI e Tamburi, zona Borgo-Salinella e San Vito-Lama-Talsano. Sono tre lotti distinti e separati: abbiamo fatto un progetto che possa ricoprire l’intero rifacimento del manto stradale di Taranto. Le strade percorse al Giro erano in pessime condizioni: basti pensare a Via Garibaldi che era assolutamente inguardabile oppure il cavalcavia della ferrovia, nei pressi del porto Mercantile. Uno dei criteri per la manutenzione stradale è proprio la quantificazione delle auto che percorrono queste strade, quindi maggiore è il flusso veicolare e maggiori sono le possibilità di realizzare queste opere. Meno strade vengono percorse e più bassa è la loro priorità.

Dopo la disfatta del Pattinodromo in occasione della festa di San Giuseppe, abbiamo appreso dalle varie testate che la struttura sarà ristrutturata con risorse comunali: ci può dare ulteriori informazioni? Quali sono le tempistiche per la manutenzione ordinaria dell’impianto ed i costi che il Comune stesso sosterrà?
20140313_154045Una delle condizioni più importanti è stata quella di cercare di modificare quel bando, anche perché nessuna aveva partecipato all’affidamento di quella struttura, e abbiamo rivisto attraverso una delibera di giunta le modalità di affidamento. Il Comune di Taranto provvederà a ripristinare le parti che sono state divelte. Prossimamente, avremo un incontro con tutti gli organi di competenza interessati per cercare di trovare una soluzione al problema del mercatino delle pulci, che è adiacente al pattinodromo. Dopo aver ripristinato il tutto, si darà avvio alle nuove pratiche per l’affidamento. Tempi stimati? Non più di due mesi, verso la fine dell’estate dobbiamo avere già tutto pronto visto che verso settembre inizia la nuova attività sportiva.

Per prevenire ulteriori atti vandalici, il Comune ha valutato delle azioni per garantire la sicurezza dell’impianto sportivo?

Per quanto riguarda la vigilanza e la sicurezza, non è soltanto compito del Comune risolvere queste problematiche: in questi casi, è chiamata in causa l’intera cittadinanza perché l’inciviltà di alcune persone danneggia sempre la propria città. Bisogna cambiare mentalità e modo di vivere, affinchè si possa instaurare un rapporto istituzioni-cittadino. C’è ancora tanto da lavorare per cambiare questo stato culturale, specialmente in un quartiere come la Salinella. Il pattinodromo è stato divelto da ragazzini che volevano utilizzare le travi per il falò di San Giuseppe, un gesto vile da parte loro. Una ditta si è aggiudicata la gara una ditta che provvederà a ripristinare sia il campo scuola che il pattinodromo.

Il senso civico potrebbe portare anche alla realizzazione della Cittadella dello Sport sulla base del progetto esposto dall’avv. Russo e Boldoni?

Il senso civico è una questione che deve esistere in tutti quanti noi, in tutta la città: anche il non buttare la semplice carta per terra deve rientrare nel DNA del cittadino tarantino perché deve vedere la città come la sua casa. La Cittadella dello Sport è un passo importante anche perché c’è un’attenzione da parte della città e di tutta la Taranto sportiva. E’ un percorso difficile ma non impossibile: potrebbe, sicuramente, diventare un bene ed un patrimonio per questa città.

Sarebbe significativo anche se venisse fatto in un territorio come il quartiere Salinella?

Assolutamente sì, è proprio questo il nostro obiettivo. Ci sono delle aree comunali abbastanza ampie e predisposte ad ospitare la Cittadella dello Sport, come la zona adiacente al Palafiom. Non possiamo, assolutamente, trascurare le strutture esistenti: sarebbe come edificare una cattedrale in un deserto.

Potremo vedere cambiamenti nel quartiere, nell’immediato futuro?

Lo spero vivamente, anche perché possiamo fare tutti gli eventi sportivi immaginabili, come il Giro d’Italia, tornei internazionali di tennis da tavolo, però se non lasciamo qualcosa di concreto alla città, sarà stato vano il nostro lavoro. Questa è la mia preoccupazione maggiore:  non poter realizzare queste strutture che abbiamo in serbo di realizzare, con l’amministrazione comunale. E’ un lavoro di squadra, non bisogna mai sbagliare nulla altrimenti si fanno solo passi indietro. Ognuno di noi della giunta e del consiglio comunale ha prefissato di realizzare qualcosa di concreto per la città: è necessario realizzare strutture di questo genere per lasciare qualcosa di concreto alle prossime generazioni ed alle prossime amministrazioni.

Recentemente, nel nostro quartiere, ha preso inizio la raccolta differenziata per quanto concerne i rifiuti organici su richiesta degli abitanti stessi: l’iniziativa ha preso piede solo nel nostro quartiere oppure ci sono state altre richieste nelle varie zone della città?

La raccolta differenziata l’abbiamo fatta partire con l’organico nella zona di via Lago d’Alimini: un passo importante, considerata l’assenza dei contenitori adibiti alla raccolta indifferenziata. Abbiamo messo questi cassonetti anche contro la volontà di alcuni cittadini: ognuno di loro possiede una chiave con cui poter aprire il cassonetto condominiale, in modo tale che nessuno possa andare a gettare qualche rifiuto che non sia tra quelli indicati dal contenitore.  E’ sicuramente un progetto che abbiamo intenzione di diffondere nell’intera città per rendere Taranto più vivibile. Molti rifiuti vengono anche lasciati la domenica durante il mercatino delle pulci: a breve si concluderà un bando per l’assegnazione dei posti ed attraverso le varie adesioni avremo un controllo più accurato dell’intera area.

Randagismo alla Salinella: cosa ne pensa?

Il randagismo è un fenomeno ormai diffuso,  che però trova a stento una soluzione. Qui dovrebbe intervenire l’autorità competente, l’ASL (Azienda Sanitaria Locale). Il problema è sempre lo stesso: carenza di strutture da adibire per l’accoglienza di questi cani. Non tralasciamo che questo fenomeno è comune a tutte le città d’Italia. Inoltre, le normative vengono cambiate frequentemente ed è eclatante il caso del canile a stabulazione di Paolo VI che, una volta aperto, è risultato essere fuori norma a causa di alcune leggi modificate durante la sua realizzazione.

Qual è il suo pensiero da cittadino in riferimento a ciò che sta succedendo in città riguardo il caso Ilva ed il rischio ambientale? Quali potrebbero essere le mosse comunali?

Il sindaco ha fatto tutte le procedure per evitare un aggravamento dell’inquinamento. Il Comune, purtroppo,  ha poco competenza in materia ambientale, tranne per alcune emergenze per le quali l’intervento deve essere autorizzato dagli organi competenti come l’Arpa. Quando questa afferma che tutto è in regola,  il Comune non può provvedere a nessun tipo ordinanza. Viceversa, il Comune è sempre intervenuto con richiami in modo tale che l’inquinamento dell’ILVA rientrasse nei limiti di legge. Il problema è risolvibile solo attraverso una riambientalizzazione, bonificando le varie aree. In questa condizione non si può continuare ad operare: di fronte alla grande disoccupazione, l’ambientalizzazione dovrebbe portare anche numerose risorse sul territorio, senza le quali non riusciremo a risolvere il problema lavoro.

Anche se queste aziende sono, per la maggior parte, del nord?

Confermo. Bisogna puntare sulla bonifica: è l’unica strada percorribile in questo momento. Far chiudere l’ILVA significherebbe aumentare il tasso di disoccupazione e creare, quindi, un ulteriore aggravamento della situazione lavorativa dei vari cittadini tarantini.

Intervista a cura di Christian Cesario e Francesco Moretti

Cosa resta del #1maggiotaranto

Foto Christian Cesario

1 maggio 2014 – Taranto
“E tu? Dove vai a ballare?”
“Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia” ci ha detto Caparezza. E più precisamente a Taranto. Infatti, a partire dallo scorso anno, grazie a un’iniziativa del “Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti”, in occasione della festa del 1 maggio, la città dei due mari si riempie di vita. Un grandioso concerto autofinanziato da quest’associazione che rappresenta una grande opportunità per far sentire la voce di una terra sottomessa a ricatti e infamie, le quali troppo spesso passano inosservate agli occhi della nazione.
L’evento si è aperto alle ore 9:00 con un dibattito dal tema “Futuro? Ma quale futuro?”, durante il quale si è discusso dei problemi che asfissiano Taranto e si è cercato di esporre punti di vista e proporre soluzioni a questi ultimi.
Alle ore 14:30, invece, è iniziato il concerto vero e proprio, aperto da Caparezza sulle note di “Non me lo posso permettere”, “Vieni a ballare in Puglia” e “La fine di Gaia”, il quale si è protratto fino a tarda serata con le esibizioni di artisti tra cui Fiorella Mannoia, Fido Guido, i Sud Sound System, Afterhours, 99 posse, Tre Allegri Ragazzi Morti e il tarantino Diodato, intervallate da testimonianze di lavoratori e membri di associazioni provenienti da tutta Italia ( NO MUOS SICILIA, NO CARBONE BRINDISI, NO TAV, TERRA DEI FUOCHI..)

Che cosa è cambiato dopo il 1 maggio a Taranto???
Pensare che un concerto possa risolvere ogni problema è senza dubbio un errore, ma pensare che un evento del genere non possa risolvere nessun problema, forse, è un errore ancora più grave. Nei giorni seguenti la manifestazione, nonostante la grande partecipazione (sono stati stimati circa 100.000 presenti) e il successo che questa ha riscosso, attirando gente da ogni parte dell’Italia, non sono mancate le critiche; c’è chi ritiene che occasioni del genere non diventano altro che un pretesto, soprattutto per i giovani, per sballarsi e/o ubriacarsi.
Effettivamente, non sono mancati spiacevoli episodi durante il corso della giornata, ma sicuramente il senso del concerto non era questo. Ancora, c’è chi crede che un evento come questo non serva a niente e che ci sia bisogno di atti più concreti.
Prima degli atti concreti, però, deve essere costruito qualcos’altro, una base, un sostrato comune che possa poi portare all’azione. Prima degli atti servono la consapevolezza, la coscienza, l’informazione. E prima ancora di tutto questo serve un forte senso di appartenenza alla propria terra, un sentimento di orgoglio verso la propria città (e a Taranto purtroppo in molte persone manca!) che sia tale da permettere a tutti di dire: “Io voglio restare qui, non me ne voglio andare. Voglio fare qualcosa per rendere questo posto migliore. Voglio offrire i miei talenti alla mia terra. Voglio crescere qui, sposarmi qui, far nascere qui i miei figli e far conoscere loro tutte le bellezze e le risorse di questo posto”.
Dunque, probabilmente il primo fine di questo concerto era proprio quello di stimolare le coscienze, di far circolare idee, di cercare di unire tutti i cittadini, di innescare un campanello d’allarme che potesse suscitare una reazione e far nascere interesse nei confronti della complicata situazione in cui tergiversa la città.

Perché era importante esserci???
C’è uno slogan coniato a Taranto in occasione di una manifestazione contro l’inquinamento, che recita: “Io non delego, partecipo!”. Troppo spesso infatti, si è rimasti e si rimane passivi di fronte a eventi, manifestazioni e occasioni per far sentire la propria voce. È arrivato il tempo di dire “Io ci metto la faccia”, di rendersi protagonisti di quello che accade, di dare, ognuno secondo le proprie possibilità, un piccolo contributo alla nostra città affinchè qualcosa possa ribaltarsi. Ed è anche per questo, anzi, soprattutto per questo, che è nato l’OPS, l’Osservatorio Permanente Salinella. Alcuni giovani si sono sentiti stanchi di rimanere lì impalati a guardare il degrado e i problemi; hanno avvertito il bisogno di fare qualcosa, di cominciare a mettere in circolo idee e informazioni, da qualche parte. E hanno iniziato da qui, dalla periferia della città, da un quartiere abbandonato a sé stesso e troppo spesso ingiustamente denigrato.
Infondo, bisogna pur partire da qualcosa, di fronte a qualsiasi tipo di problema, e qui a Taranto si è giustamente deciso di partire dal 1 maggio, dalla festa del lavoro, dai diritti dei lavoratori, attraverso l’arte.

Grazie di cuore a tutti gli organizzatori di questa iniziativa per aver dato un’occasione in più, a tutti i tarantini, per amare la propria città.

 

Noi, giovani imprenditori che resistiamo alla crisi nel Sud

Start up che puntano sul bio, aziende gestite da trentenni che vincono premi nel mondo. Che danno lavoro a paesi in crisi lottando contro burocrazia e cosche. Ecco le storie di chi quel Meridione che vuole risorgere e non si arrende

Santo alleva dromedari alle pendici dell’Etna. Monica inventa borse nei vicoli di Napoli, sfruttando la seta dei Kimono giapponesi. Daniele è l’ingegnere salentino che ha importato l’estro della Silicon Valley nella terra della pizzica. Domenico è il calabrese, testardo, che con la sansa delle olive ci fa prodotti per l’edilizia. E Daniela, in Sardegna, trasforma la lana in soffici materassini per riscaldare le case. E il latte in vernice ecologica. È un pezzo d’Italia che resiste, il filo rosso delle loro storie. Storie di creatività, di un Sud diverso da quello dell’eterno luogo comune italiano. Un Sud fatto di laureati, trentenni, e di imprenditori, più solidi, dalle spalle larghe. Ambiziosi i primi, demoliscono la sparata del presidente Fiat, John Elkan, che li aveva dipinti come eterni bambini, scatenando una bufera e poi ritrattando; disillusi i secondi, che sanno di poter contare solo sulle proprie forze.
Un primo dato è in controtendenza: lo Svimez – l’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno – registra infatti un calo di 300 mila tra imprenditori e lavoratori autonomi negli ultimi cinque anni. Eppure la curva è più accentuata nel Centro-Nord, mentre l’imprenditoria giovanile risulta più frizzante proprio al Sud. Qui le aziende gestite da giovani fra i 20 e i 35 anni resistono meglio alla crisi, così come quelle dei “grandi” che si sono reinventati un lavoro. Capaci di trasformare una vita che costa meno, e per anni in ritardo sui ritmi di crescita del Nord, in un fattore di concorrenza. In un’opportunità: «In tempi di crisi globale può essere un elemento virtuoso, che fa ripensare ai progetti di vita», osserva Antonio La Spina, consigliere dello Svimez. E così chi è indeciso se lasciare il paesello o inventarsi un mestiere lì, sceglie di rischiare vicino casa. C’è chi investe nell’agricoltura biologica o nella green economy, c’è chi sceglie di puntare sull’artigianato. Giovani che vogliono liberarsi dalle maglie delle mafie, che non intendono più pagare il pizzo, come magari hanno fatto per decenni i loro genitori, giovani che pretendono dalla politica risposte e non più aiuti, non più il posto fisso nella Asl di turno, costretti poi a ringraziare il signorotto locale. «Sono sempre più numerosi i giovani che trovano assurdo versare l’obolo per garantirsi la sicurezza e si ribellano», spiega La Spina. «Spesso sono i figli degli imprenditori che hanno sempre piegato la testa». Piccoli passi del Sud, insomma, ai quali deve seguire un modo diverso di fare politica: «Ora è la classe dirigente che deve compiere scelte impopolari, che deve rompere gli schemi del passato fondati sulle clientele».

Il team di CicerOOs - foto di...
Il team di CicerOOs – foto di Christian Mantuano (OneShot)

Dalla Silicon Valley al Salento
Dal garage trasformato in laboratorio informatico a un vero studio professionale. Daniele Cassini ha fatto strada. Ora si rapporta con colossi dell’economia italiana, come la Fiat. E deve indossare camicia e pantaloni eleganti. I capelli corti, chiari, e il sorriso come biglietto da visita fanno da cornice al viso da bravo ragazzo. E pensare che è iniziato tutto quasi per gioco. Una fissazione che l’ha portato al successo: mostrare al mondo il meglio del Salento. Così Cassini dopo la laurea in ingegneria a Bologna, lo stage in una delle migliaia di aziende della Silicon Valley californiana, è tornato a Ugento, in provincia di Lecce, dove ha modellato “CicerOOs”, il motore di ricerca turistico che sfrutta un algoritmo in grado di cucire l’itinerario su misura del viaggiatore. Basta un clic per degustare un Primitivo d’annata, accompagnandolo con taralli fatti in casa, sulle note della musica popolare o del jazz, magari camminando tra le rovine dell’antica Magna Grecia, senza più portarsi dietro chili e chili di guide turistiche. Il Cicerone virtuale pensa a tutto. «Il progetto prende forma in Carlifornia», dice Cassini, «dove basta un garage e un’idea per creare ricchezza». Il socio, anche lui si chiama Daniele, nel frattempo conclude la tesi sull’algoritmo che cambierà le loro vite. All’inizio sono anni di precarietà, senza un euro in tasca. «Poi il miracolo», scherza Daniele, «nel 2012 abbiamo vinto il bando della Regione Puglia “Bollenti spiriti” per le migliori start up, e sono arrivate le prime risorse per aprire la società. A questo punto abbiamo iniziato il fundraising». L’iniezione di capitale ha permesso a “CicerOOs” di assumere due ingegneri a tempo indeterminato, lasciare il vecchio garage e crescere in poco tempo. Ora ci lavorano otto persone. E dopo avere intercettato clienti come il marchio torinese o l’American Express, stanno trattando con altri pezzi grossi targati Italia. L’obiettivo? Un milione di fatturato. «Ci sono le condizioni per tagliare questo traguardo», dice Cassini.

Anche se l’Italia della burocrazia e delle tasse colpisce anche i giovani talenti: «Qui è tutto difficile: trovare tecnici specializzati, districarsi fra regole e carte bollate, oltre al carico fiscale molto elevato: il costo del lavoro rispetto agli altri Paesi europei è altissimo, come si sa. Ma è incredibile che su un salario di mille euro un’azienda ne spenda più del doppio». Nonostante il fardello Italia che si tira dietro, Daniele non ha intenzione di emigrare. «La vera sfida è riuscire a realizzare i nostri sogni proprio qui, dove secondo molti è impossibile farlo. La vittoria finale vale doppio».

Santo Fragalà nel suo allevamento di...
Santo Fragalà nel suo allevamento di dromedari – foto di Alessio Mamo

Dromedari sull’etna
Guardare la sua piccola azienda è come riavvolgere il nastro della storia. Ai tempi della dominazione araba in Sicilia, proprio qui c’erano i dromedari. E lui, Santo Fragalà, veterinario, ce li ha riportati. Indossa pantaloni beige con piccoli cammelli ricamati. L’inflessione catanese è rimasta, ma la parlantina decisa sembra quella di un imprenditore pronto a sfidare il muro della burocrazia italiana. All’età di 25 anni, s’è inventato un lavoro che mette insieme l’antica Sicilia e la moderna industria dei prodotti bio. «Secoli fa sulla nostra isola c’erano i dromedari», racconta Santo, «fanno parte della storia di questa terra, eppure oggi devo superare resistenze culturali enormi, per tutti il cammello è solo un animale da ammirare allo zoo». Non per lui, però. Lui con il loro latte ci produce biscotti, torte, creme, saponi e prodotti cosmetici. Una versione moderna dei leggendari bagni di Cleopatra nel prezioso latte d’asina. Che Santo ha tolto dai libri di storia per piazzare sull’etichetta del suo bagnoschiuma, uno dei prodotti di punta, che non a caso porta il nome “Segreto di Cleopatra”. Santo è un altro che si vuole reinventare il Sud. Poteva passare la vita solo nel canile del paese, invece no. È durante il dottorato di ricerca che approfondisce le proprietà benefiche del latte di dromedario. E che trasforma un’idea in progetto di lavoro. Scontrandosi con procedure e regole non proprio amiche dell’impresa. «C’è voluto un anno per ottenere le autorizzazioni e portare in Italia gli animali. Ci ho perso giornate intere a compilare scartoffie», spiega.

«L’Europa e il nostro Paese non sono pronti a esperimenti del genere». E così, lui che ce l’ha fatta, mostra un po’ di vanità: è l’unico in Italia, e il secondo in Europa, a potersi presentare come allevatore di dromedari.
I primi prodotti sono già sul mercato, ora parte la fase due: preparare gli animali del suo allevamento a diventare autosufficienti, senza dover più comprare all’estero la materia prima: «Non appena la fattoria sarà avviata la filiera verrà ridotta al minimo», spiega. E così darà lavoro anche ai suoi compaesani: gli artigiani locali trasformeranno il latte in pasticcini o in elisir per rilassarsi con un bagno caldo. E pensare che anche lui, come migliaia di coetanei, è stato tentato dall’idea di fuggire, lasciare la Sicilia, cercare il Bengodi altrove. Poi però ha guardato oltre la staccionata, lo stretto di Messina, Taormina, il porto di Catania. E ha deciso di restare. «Mi confronto con una mentalità arretrata, con una società, quella siciliana, poco vivace dal punto di vista economico. Ma di una bellezza mozzafiato», dice. «E nonostante tutto, mi convinco di aver fatto la scelta giusta».

Daniela Ducato di Edilana - foto di...
Daniela Ducato di Edilana – foto di Alessandro Toscano (OnOff)

Edilizia in pura lana
«Chi sono io? Una contadina dell’edilizia». Si presenta così Daniela Ducato. A cinquant’anni s’è inventata la pecora 2.0. Lei che da una vecchia azienda edile ha creato “Edilana”. Già, nel momento della crisi più nera in Sardegna, con i pastori ridotti alla fame per la concorrenza straniera, Daniela ha trovato una nuova strada per far rendere il gregge. Con la lana sarda, anziché farci le coperte, ci produce un isolante per le case. In pratica sono grandi rotoli di lana, che vengono stesi sui tetti o tra i muri. Poi, nella sua Guspini, paesone di 12 mila abitanti nel Medio Campidano a una settantina di chilometri da Cagliari, trasforma pure il latte – quello che i produttori di pecorino pagano pochi spiccioli, preferendo la concorrenza straniera – nell’ingrediente segreto delle sue vernici naturali, delle malte per la bioedilizia, dei mattoni ecologici del futuro.

Quella che era l’impresa edile di famiglia è diventata, dal Duemila, un gioiello delle green economy che fattura 15 milioni di euro l’anno. E così nela sua fabbrica i macchinari lavorano gli scarti del latte e della lana: «Trasformiamo quelle che sarebbero eccedenze in prodotti modernissimi», racconta. tanto che la sua azienda s’è aggiudicata l’Euwiin awards 2013, come migliore innovatrice d’Europa.

Dalla natura arrivano le idee vincenti. E pure i pettirossi, minuziosi nel fare il nido, diventano una fonte di ispirazione per nuovi processi: «I macchinari sfruttano le tecniche di questi uccelli», rivela Daniela, che ha trascorso anni e anni a osservare e studiare il paesaggio della sua Sardegna: «L’innovazione deve avere cuore e gambe, deve cioè essere competitiva, non fermarsi alle nicchie di mercato». Per Edilana lavorano sessanta persone. E poi c’è l’indotto: «Tante realtà locali che stavano chiudendo, si sono riconvertite e continuano a vivere», dice. Proprio qui, in questo angolo di Sardegna, dove una volta la ricchezza erano le miniere. Quella di Montevecchio, chiusa nel ’91, assorbiva gran parte della manodopera. Ora non più. Servono nuove ricette. E Daniela ne ha una: «La crisi non si supera sfruttando i lavoratori o delocalizzando aziende, noi abbiamo scelto una strada diversa e continuiamo a ottenere buoni risultati». Per questo Daniela non ha mai pensato di lasciare la Sardegna: «Abbiamo un’abbondanza che domanda solo di essere impiegata al meglio e il contesto naturale ispira le nostre azioni. Ci hanno chiesto di investire in Europa, ma io resto qui, vorrei solo che chi governa mostrasse più attenzione ai nostri bisogni e alle nostre idee».

Domenico Cristofaro di Ecoplan - foto...
Domenico Cristofaro di Ecoplan – foto di Alessandro Penso (OnOff)

La Piana della bellezza
Le olive e la testardaggine calabrese hanno fatto la fortuna di Domenico Cristofaro. Suo padre morì che lui era ancora un bambino. Era un sarto iscritto al Pci, che animava i dibattiti della sezione del partito. Da lui ha ereditato la passione per le idee. E così, da adulto, quando un professore universitario gli suggerì di utilizzare la sansa delle olive per produrre lastre per l’edilizia, decise che quella proposta un po’ bizzarra sarebbe diventata il suo mestiere. Adesso ha 48 anni, i capelli grigi, il fisico asciutto di un tempo e la sua azienda, laEcoplan, è diventata un modello studiato dagli ecologisti non solo italiani. Vive a Polistena, nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria. Da qui non è mai andato via. E proprio nei feudi delle cosche di ’ndrangheta più agguerrite ha portato la bioedilizia: sfrutta la sansa delle olive per produrre pannelli da costruzione. Già. La polpa, i frammenti del nocciolo e delle bucce, Ecoplan li tramuta in lunghe lamine giallastre riciclabili al cento per cento. Per fare case, soffitti e coperture. E da qualche tempo riutilizza anche la plastica dei pannolini dei bambini. Nell’azienda lavorano quattro persone: «Siamo una piccolissima realtà, ma la nostra esperienza ha riscosso interesse tra le imprese del settore, abbiamo un impianto unico al mondo nel comparto della green economy», racconta Cristofaro. «Purtroppo scontiamo l’arcaico pregiudizio sulle imprese del Sud, alcuni finanziatori, anche stranieri, dopo aver saputo che siamo qui in Calabria non hanno voluto concludere affari».

Fatica doppia, insomma, per un’azienda che ha vinto numerosi premi ed è stata inserita tra le aziende che investono di più nell’innovazione: «Abbiamo realizzato la pavimentazione in plastica riciclata di piazza Giardino di Pero, vicina all’area Expo 2015». E a breve lancerà i banchi di scuola ecologici, di cui il premier Matteo Renzi è già stato informato: «Saranno ecosostenibili e li proporremo alla pubblica amministrazione, che risparmierebbe sul prossimo smaltimento, visto che i nostri pannelli sono recuperabili al cento per cento».

C’è un altro luogo comune sul Sud che Cristofaro vuole sfatare: «I soldi stanziati per le regioni meridionali arricchiscono l’intero Paese, non solo il meridione. Dei due milioni e mezzo che abbiamo ricevuto, oltre l’80 per cento è stato speso al Nord per gli impianti e i macchinari». E aggiunge: «siamo tra i pochi, forse gli unici, ad aver restituito parte del denaro concesso a fondo perduto, più del 35 per cento». Una lezione etica anche per le aziende della piana di Gioia Tauro, aperte da industriali del Nord, e poi dileguate una volta incassato il malloppo di quattrini pubblici.

Monica Ceravolo di Obiki - foto di...
Monica Ceravolo di Obiki – foto di Alessandro Penso (OnOff)

Artigianato made in Napoli
Unire Tokio a Napoli? Lei ci è riuscita. Monica Ceravolo è un’imprenditrice di 36anni che ha saldato la cultura giapponese all’artigianato partenopeo. Calabrese di origine e napoletana d’adozione, capello nero, viso affilato, dolce ma decisa, ha avviato una start up di fashion design nella città dove i sarti producono opere d’arte con ago e filo. Lei ha scelto di inventarsi borse artigianali, ognuna diversa dall’altra e tutte in pelle rigorosamente italiana e seta giapponese, la stessa dei celebri kimoni. Obiki è il nome del marchio: «Ho vissuto in Giappone per molto tempo, lì è nato il progetto Obiki, che significa “indossare l’obi” la tipica cintura a fascia giapponese che stringe il kimono ai fianchi», spiega Monica. Così si è messa alla ricerca di artigiani capaci. «Non è stato facile, è un mestiere antico che sta scomparendo, ma dopo una lunga selezione ne ho scelti due con i quali lavoro ancora oggi».

La scommessa di Monica è puntare tutto sul made in Italy. Si affida a maestri che creano solo pezzi unici e il mix di lavoro manuale e antico delle pelli con l’innovazione dell’idea è stato premiato al Mipel 2012, la più importante fiera di pelletteria italiana, dove Obiki è stata selezionata come migliore start up. Vende a Napoli, dove ha un “corner” nella pellicceria Rubinacci, e sull’isola di Ibiza nel lounge bar “Chilometro 5”. Poi è nato pure un negozio on line. Con una sfida doppia: farlo a Napoli e in quell’Europa invasa da merce contraffatta o di qualità pessima a basso costo: «Fare l’imprenditrice in Italia non è facile, al Sud ancora meno», racconta. «C’è la burocrazia asfissiante e ci sono le tasse troppo alte per i giovani che vorrebbero mettersi in proprio, tanto che anche se hai molte commesse, spesso i costi superano i ricavi. È un inferno. Ma restare in Italia, e al Sud in particolare, è una grande sfida. Qui c’è passione, talento, più che altrove».

 

Fonte: L’Espresso

Dalla diossina alla canapa, oggi la semina. Fornaro: “E’ un giorno di festa”

“Per noi è una giornata di festa, finalmente si ricomincia”Vincenzo Fornaro non nasconde il suo entusiasmo mentre è in corso un evento dal grande valore simbolico: la semina della canapa su tre ettari di terreno. Protagonista di questa storia di riscatto è la masseria Carmine, reduce da anni dolorosi a causa dell’abbattimento di circa 600 capi di bestiame contaminati da pcb e diossine provenienti dall’Ilva.

La semina è avvenuta sotto un cielo nuvoloso, che ha offerto anche qualche goccia di pioggia  (noi vogliamo interpretarla come una benedizione),  davanti agli occhi di un folto gruppo di cittadini sensibili alle tematiche ambientali e felici di poter condividere con la famiglia Fornaro l’inizio di questa nuova sfida.

Si punta sulla canapa, una pianta che ha proprietà disinquinanti e molteplici utilizzi: dalla bioedilizia al tessile, senza dimenticare l’uso alimentare e farmaceutico. Il primo raccolto è previsto a settembre. Poi, in base ai risultati delle analisi che si faranno sul prodotto ottenuto, si deciderà su cosa orientarsi. Ma quello di oggi non è stato solo il primo passo di un nuovo cammino. Ha rappresentato anche un’inedita occasione per ritrovare il sorriso. Ed è soprattutto di occasioni come queste che i tarantini hanno bisogno.

Fonte: InchiostroVerde.it