Dal grigio al colore, per una Pasqua di speranza

Il cielo grigio, la pioggia che minaccia di cadere a ogni ora del giorno, insomma, il classico clima da Settimana Santa. Ma quest’anno, come non bastasse, c’è da aggiungere anche un freddo intenso, pungente, un vento che sferza i volti di tutti, decisamente atipico per la metà di aprile. Come si usa dire nel gergo popolare, sembra che questo tempo si adegui alle emozioni e sensazioni che sono nel cuore dei fedeli, dei pellegrini, dei ‘perdun’. Nel grigio complessivo di questi giorni e, verrebbe da dire, di questo ultimo periodo della nostra storia, un  vero e proprio vortice di colore emerge dalla periferia, a volte dimenticata e bistrattata, il quartiere Salinella e la sua parrocchia, la Santa Famiglia. Colore che spicca dal nuovo portone e dalla nuova immagine della Famiglia di Nazareth che “illumina” la piazza di Via Lago di Garda antistante la chiesa e che, come detto dal parroco don Giuseppe Cagnazzo durante l’omelia della messa in Coena Domini nella sera del Giovedì Santo, “deve essere metaforicamente un punto di partenza da cui partire per “colorare” la nostra società, per ripartire con un nuovo impegno sociale, per alzare la testa contro le reali ingiustizie dei nostri tempi“.

 

Una comunità, quella della Salinella, viva più che mai in questo periodo pasquale, con tanti giovani e adulti impegnati nella buona riuscita delle attività e delle funzioni religiose organizzate.

 

A partire proprio dal  freddo Giovedì Santo, con la messa in Coena Domini in una chiesa stracolma e con il sempre emozionante rito della Lavanda dei Piedi, estesa, sull’esempio di papa Francesco, anche alle donne e ai bambini (il più piccolo di appena un anno). Se in un primo momento è stato il celebrante a “lavare” i piedi ai fedeli, successivamente alcuni parrocchiani hanno ripetuto lo stesso gesto ad altri a testimonianza dell’espressione evangelica “Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13, 15). Altro simbolo di questo giorno in cui si ricorda l’ultima cena è il pane della condivisione consegnato a tutti i fedeli e da consumare in famiglia.

 

E mentre alla Salinella si chiudeva il portone della chiesa dopo l’Adorazione Eucaristica comunitaria davanti all’altare della reposizione, dalla parte opposta della città, nel borgo antico, si apriva quello della chiesa di San Domenico, dando il via, tra due ali di folla, alla tradizionale Processione dell’Addolorata, conclusasi poi nel primo pomeriggio del Venerdì Santo.

 

E anche nel giorno della morte del Signore il cielo non ha dato tregua con una pioggia fitta che ha ritardato l’avvio dell’altra processione storica della città di Taranto, quella dei Misteri, che ha preso il via con un ritardo di ben 2 ore. Nonostante tutto, tanti sono stati i turisti e i tarantini stessi che hanno invaso il centro della città. Una processione emozionante, intensa, con il sottofondo struggente delle marce funebri. Ma una processione dei contrasti, con ancora troppi spettatori passivi e irrispettosi della fede e della partecipazione altrui a questo rito che, va sempre ricordato, è innanzi tutto una manifestazione di fede e una forma di penitenza, anche fisica. La lenta nazzicata dei perdoni va avanti per tutta la notte, il freddo inizia a placarsi solo con le prime luci dell’alba, forse il momento più emotivamente coinvolgente per i fedeli, in cui il suono della troccola emerge nel silenzio della notte. Il sabato mattina si presenta con un cielo finalmente limpido e sgombro di minacce e con una Piazza Giovanni XXIII affollata in attesa del rientro della processione, del troccolante che con tre colpi bussa al portone della chiesa del Carmine. E, ancora una volta, vanno segnalati episodi che davvero poco hanno a che fare con fede e penitenza: urla, volgarità e schiamazzi placati solo al momento dei tre colpi. Il tutto si è concluso alle ore 11 circa con il  rientro del simulacro della Vergine Addolorata.

 

E qui nuovamente c’è un parallelo antitetico con la periferia. Se al centro della città una Madre rientrava in chiesa, alla Salinella un’altra percorreva ancora le vie del quartiere in processione fino a tornare anch’essa nella parrocchia: è l’”Ora della Madre”, momento inedito di preghiera al cospetto della Vergine addolorata che piange il figlio morto in croce: è il Sabato Santo, il giorno del dolore di una madre e del silenzio in attesa della resurrezione. È anche il giorno della veglia pasquale, che alla Santa Famiglia inizia alle ore 22 per terminare poco dopo la mezzanotte.

 

Alleluja, è la Pasqua del Signore, che ha vinto la morte e dà speranza al mondo… una speranza di rinascita che la periferia, più che mai, sente dentro di se.

Forum “Europa, così lontana e così vicina”

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Primo, importante evento organizzato dai ragazzi dell’OPS – Osservatorio Permanente Salinella: un forum sull’Unione Europea dal titolo “Europa, così lontana e così vicina“.

Alla luce delle elezioni europee previste per il prossimo 25 Maggio, l’Osservatorio ha invitato Antonia Battaglia, donna e madre tarantina, attivista di Peacelink impegnata anche presso l’Unione Europea per la questione ambientale di Taranto, la quale ha accettato con piacere di confrontarsi con noi.

Antonia ci racconterà quelle che sono le motivazioni che portarono alla nascita dell’Unione Europea, dell’importanza che ha l’UE stessa dal punto di vista sociale nella vita di tutti i giorni e dei suoi limiti istituzionali, oltre a rispondere alle domande di chi vorrà partecipare insieme a noi dell’OPS.

Al forum parteciperà, inoltre, Alessandro Marescotti, socio fondatore ed attuale Presidente di Peacelink.

Il forum si terrà Martedì 22 Aprile alle 19.30 (qui l’evento Facebook) presso l’Auditorium della Parrocchia Santa Famiglia, in via Lago d’Albano (nei pressi dello Stadio Iacovone).

I giovani e le famiglie del territorio sono invitate a partecipare.

I ragazzi dell’OPS

“Se puoi sognarlo, puoi farlo”, le voci dalla marcia

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Lo scorso 6 Aprile, come è oramai ben noto anche a livello nazionale, si è svolta una “Marcia per l’Ambiente” da Statte a Taranto che, per quasi 5km, ha visto coinvolte diverse migliaia di persone tra bambini, mamme, giovani, adulti presenti in quanto singoli cittadini e associazioni, provenienti dalla provincia tarantina così come da altre realtà italiane (come ad esempio i “No al Carbone” di Brindisi, i “No Smog” di Trieste o il Comitato “Salute e Vita” di Salerno, giusto per fare alcuni esempi).

Nonostante il tempo non sia stato troppo clemente (a tratti si è andati incontro ad un vero e proprio diluvio), possiamo tranquillamente affermare che si è trattato di una manifestazione pienamente riuscita. Alla manifestazione abbiamo partecipato anche noi dell’OPS – Osservatorio Permanente Salinella, e durante la marcia abbiamo voluto ascoltare quelle che abbiamo voluto definire “le voci della marcia” stessa. Ecco chi abbiamo sentito e, a seguire, le risposte alle nostre domande:

  • Ettore Bellanti, dei NO SMOG di Trieste
  • Donato, dei NO AL CARBONE di BRINDISI
  • Roberto Missiani, collaboratore televisivo freelance
  • Nico Perrone, capo scout AGESCI
  • Giovanni Carbotti, di Taranto Respira
  • Massimo Leggieri, del Comitato Spontaneo “No all’antenna” di Lama
  • Angelo Bonelli, Presidente dei Verdi nazionali e consigliere comunale a Taranto
  • Lorenzo Forte, del Comitato Salute e Vita di Salerno
  • Alessandro Marescotti, Peacelink
  • Antonio Lenti, giovane tarantino
  • Fabio Millarte, WWF Taranto
  • Vincenzo Carriero, direttore di Cosmopolis Media
  • Fabio Matacchiera, Fondo Antidiossina Taranto
  • Alda D’Eusanio, giornalista RAI

 

Il motivo principale per il quale tu sei qui, oggi?

Nico: Perché ci tengo all’ambiente.
Roberto: Perché questa città in questo momento non ha un futuro
Donato:  Non è la prima volta che partecipiamo con i NAC (No Al Carbone, n.d.r.) alle manifestazioni promosse dai movimenti tarantini, così come altre volte Brindisi ha accolto alcuni esponenti tarantini nelle proprie lotte, e questo è stato utile per entrambe le cause: i NAC hanno portato la loro solidarietà al movimento tarantino ritenendo sacrosanta la battaglia che si svolge qui a Taranto, soprattutto quella dell’Ilva pur non essendo l’unica (oggi siamo qui a Statte dove mi risulta che ci siano dei cementifici, delle discariche, Italcave). Brindisi vive una situazione parallela, insieme con Taranto sono due città gemellate nella sventura, e per noi è importante accendere i riflettori anche su quella che è la nostra situazione, altrettanto grave dal punto di vista sanitario: abbiamo malformazioni neonatali che superano di molto le percentuali nazionali, abbiamo il 48% in più rispetto alle malformazioni cardiache che sono malattie gravissime. E naturalmente un eccesso di tumori soprattutto nelle fasce femminili.
Giovanni: Noi siamo qui per chiedere la chiusura di tutte le fonti inquinanti perché le alternative per Taranto ci sono e sono possibili: ieri il nostro amico Vincenzo (Fornaro, n.d.r.) ha fatto la prima semina della canapa dopo che gli hanno ucciso 2000 pecore, stiamo ponendo tutti i giorni uno studio per le alternative che per Taranto sono possibili, lo facciamo già da diversi anni con Altamarea prima e Taranto Respira poi. Ora faremo dei banchetti per dire che alternative possibili ci sono a Taranto, non ci sono solo lavori che ammazzano le persone, non bisogna lavorare per morire, bisogna lavorare per vivere e per vivere meglio. Noi lotteremo per le alternative e per la chiusura di tutte le fabbriche inquinanti: Ilva, ENI, Arsenale e tutte quelle fabbriche che danneggiano il futuro delle prossime generazioni per i prossimi 30 anni. Questo non possiamo permetterlo, se noi permettessimo questo vorrebbe dire essere complici, io sarò complice se non farò nulla per questo. Le alternative ci sono, ho detto ai miei amici di Ammazza Che Piazza: fate le cooperative, iniziamo a creare cooperative e a creare lavoro dal basso, fare progetti e chiedere alternative, così in 6-7 anni si svilupperanno alternative a queste monoculture che partono dall’inizio del secolo.
Massimo: Perché ormai non se ne può più, noi ormai siamo diventati la discarica d’Europa, io ho due ragazzi di 30 e 33 anni che sono usciti fuori Taranto per lavoro e sono fiero di questo, perché qui non se ne può più a livello di inquinamento e disoccupazione. Ci sono dei permessi che ancora non sbloccano la situazione del porto turistico, perché? Perché l’aeroporto di Grottaglie ancora non decolla? Perché dobbiamo ancora assistere allo scempio di questo territorio che è spettacolare, se consideriamo che negli altri posti d’Italia e d’Europa delle pietre buttate lì per terra ne fanno un uso eccellente dal punto di vista culturale e qui, invece, abbiamo questo ferro fuso che ormai non se ne può più?
Angelo: Perché Taranto è il simbolo di un’Italia che deve cambiare, il problema non è di Taranto o di Statte ma di tutti gli italiani: in questa città e in questo territorio per decenni è stata scaricata una quantità di diossina che ha levato la vita a molte persone e che rischia di compromettere il futuro delle generazioni che verranno, i bambini che nasceranno oggi, domani. Noi abbiamo la necessità di fare una battaglia etica, morale, non tanto politica (per me è anche politica), ma una battaglia etica e morale per questi bambini che nasceranno ed i ragazzi che ci sono oggi. Il punto è sul come cambiare: io sono assolutamente contrario a questa politica che ci vuole far credere che l’Ilva verrà messa a posto, quando sappiamo che tecnologicamente non è assolutamente possibile, e chiedo “ma perché in altri paesi d’Europa gli stessi problemi di Taranto sono stati risolti in maniera incredibile, tipo a Bilbao dove c’era un polo siderurgico che è stato fermato ed oggi Bilbao è una città con un’occupazione che è due volte e mezzo rispetto a quella che c’era prima?“. Questo tipo di sviluppo è possible, noi abbiamo indicato un percorso che è la no-tax area, fare di Taranto un polo tecnologico-scientifico-culturale, della ricerca, e rilanciare la cultura e fare investimenti in questa direzione, ma all’industria pesante dev’essere assegnata la storia. Il motivo per cui sono qua è perché in queste battaglie bisogna metterci la faccia, animo e corpo anche quando questo, come in questo caso a me, costa molto: io sono stato emarginato dal centro-sinistra e sono stato etichettato come qualcosa da buttare fuori, però penso che alla fine – quando una battaglia è giusta e forte – c’è una giustizia divina.
Alessandro: Perché sono prima di ogni altra cosa un papà, non mi sentirei a posto con la coscienza se non facessi tutto quello che è in mio potere per chiedere lo stop all’inquinamento, per chiedere una città ed un futuro che non faccia fuggire i ragazzi. Qui ci sono tanti ragazzi che spero non fuggano da Taranto, e l’unico modo per non farli fuggire è vincere.
Lorenzo: Noi siamo del Comitato Salute e Vita di Salerno, costituito da anni in quanto abbiamo un problema simile al vostro (anche se minore) che ci riguarda, perché la fonderia Pisano inquina, ha avuto precedenti penali, e come per l’Ilva lo stato nel 2012 ha tentato di mettere una pezza dando l’AIA, così a Salerno la Regione Campania ha dato l’AIA dopo che c’erano stati precedenti penali, uno dei quali ancora in corso, dove per la prima volta il PM diceva che i metalli pesanti come piombo, cadmio e altro che uscivano dalla fonderia erano pericolosi per la salute umana, anche se noi abbiamo già la certezza data dal numero di vittime che contiamo e che si ammalano di leucemia, di tumore e di altre malattie. Per questo siamo qui: prima di tutto perché sentiamo che c’è la necessità di fare rete, e poi siamo qui a portare la nostra solidarietà, qui dove succede un qualcosa 100 volte più grosso di quello che succede da noi. Proprio il 12 faremo un incontro, a Salerno, al quale dovrebbe partecipare anche Peacelink, in cui abbiamo invitato Taranto, Salerno e la Terra dei Fuochi perché convinti che solo insieme si possa fare qualcosa.
Antonio: Io c’ero già nel 2007 quando eravamo solo in 300 ed oggi in città – non qui alla marcia – siamo quasi 50.000, o almeno così sembra, quindi grandi risultati sono stati ottenuti. Io a suo tempo sono stato sensibilizzato e credo che ora tocchi a me sensibilizzare gli altri, è come una catena: se faremo tutti rete allora ne usciremo. Il motivo per cui sono qua oggi è per chiedere un ambiente più salubre – la salute dovrebbe essere al primo posto – e chiedere alternative economiche differenti: noi vogliamo svoltare, questa monocultura dell’acciaio a noi non va più bene. Non c’è solo l’acciaio, abbiamo l’ENI, la Cementir e altro ancora.
Fabio Millarte: Perché ritengo che sia giusto appoggiare qualsiasi iniziativa che porti come bandiera la chiusura dell’area a caldo perché, anche se molti dicono che chiudere l’area a caldo significa chiudere lo stabilimento. A me interessa che le fonti inquinanti cessino e si fermino, e diano di nuovo la possibilità alla gente di respirare e di vivere in un mondo non dico pulito, ma almeno a misura di uomo.
Fabio Matacchiera: Una premessa: sono molto contento di vedere tutta questa gente nonostante il tempo brutto, tanta gente è venuta copiosa a questa manifestazione pacifica, è un segno importante perché quando si muovono i bambini con le mamme in talune situazioni come questa in cui il tempo è inclemente, allora vuol dire che c’è una forte motivazione. Questo ci incoraggia molto e ci da il senso del maggiore coinvolgimento da parte dei cittadini di Taranto, ed oggi ne vediamo molti che vengono da Statte, Crispiano o altre province. L’opinione sta cambiando, c’è ancora molto da lavorare ma è certo che i cittadini di Taranto non possono aspettare ancora troppo tempo, siamo ancora pacifici e perseguiremo questa condotta, però non possono abusare della nostra pazienza. Le istituzioni tutelano i nostri diritti, la salute dei nostri bambini, e non tutelano l’ambiente, siamo ancora pacifici ma io dico: attenti, perché la pazienza potrebbe anche finire, e quindi poi non si è più responsabili di azioni che noi scongiuriamo e che possano diventare azioni non così pacifiche.

Come giudichi la partecipazione in numeri?

Giovanni: Ne parlavamo prima con altri ragazzi, io credo che saremo sulle 15.000 persone e, tenendo presente che c’era la necessità di spostarsi venendo da Taranto mentre le altre manifestazioni erano in centro, direi che la risposta della città è stata abbastanza forte. Ci sono anche rappresentanze di altre città italiane, Taranto è l’esempio per altre realtà italiane: il caso Bagnoli, con tutte le magagne che hanno fatto, è partito solo dopo l’inchiesta dei magistrati di Taranto.
Alessandro: E’ abbastanza partecipata, era insolita perché non partiva dalle strada ma da un discorso di marcia tipo Perugia-Assisi. E’ in ogni caso una manifestazione partecipata, il dato nuovo è che ci sono persone che vengono da Statte. A Taranto dobbiamo tenere alto il senso di partecipazione civile, una parte della cittadinanza sta considerando persa la partita e si sta insinuando il senso della rassegnazione, della sconfitta ed in alcuni casi anche di rabbia; noi dobbiamo sforzarci di comprendere le strade per uscire dal labirinto, la nostra lotta che prima sembrava un assalto si è trasformata in una partita a scacchi in cui per vincere serve un’opinione pubblica attenta, che conosca i dettagli della partita, dobbiamo saper individuare i veri punti di criticità che in questo momento sono la contaminazione da diossina che persiste nonostante la riduzione delle emissioni, oppure la presenza nelle falde di un forte inquinamento che va bloccato, oppure ancora il fatto che la situazione sanitaria è fortemente compromessa e richiede controlli accurati. Noi come Peacelink abbiamo proposto che i donatori di sangue vengano testati perché si verifichi se nel loro sangue c’è piombo o metalli pesanti, oppure fare il controllo delle urine degli operai della cokeria. Abbiamo quindi tutta una serie di questioni di ordine sanitario e ambientale che vanno approfonditi, e se noi puntiamo su questo e se l’opinione pubblica sostiene una lotta informata ed una controinformazione intelligente, noi metteremo in difficoltà coloro i quali nascondono la gravità del problema, perché la gravità del problema rimane e rimarrà anche se si dovessero spegnere i camini, il nostro problema non è quello di spegnere i camini ma quello di ottenere il risarcimento prima che fallisca l’Ilva.
Fabio Matacchiera: I cittadini non erano pochi, parliamo di migliaia di persone, sono grandi numeri, questa è una manifestazione più per le persone di Statte e delle periferie, ed hanno partecipato nonostante il brutto tempo che, abbiamo visto, è stato inclemente e in alcuni momenti anche con forte temporale, ma nonostante tutto la gente è rimasta. E’ chiaro che non si poteva fare di più, aspettarsi di meglio, questa è una dimostrazione che c’è una voglia di cambiamento e che si vuole una città migliore senza questo obbrobrio che sta sulle nostre teste.

In relazione al numero di persone direttamente interessate dal problema inquinamento forse oggi siamo in pochi. Quali ripercussioni avrà questa manifestazione, e quale risultato speri di ottenere?

Roberto: Taranto, nonostante le divisioni intestine, sta vincendo per tanti motivi. Taranto sta facendo promozione e informazione, sta divulgando e poi c’è una grande produzione intellettuale: molti si stanno attivando, stanno abbracciando la causa ambientalista – in fin dei conti respiriamo tutti la stessa aria – e si stanno mettendo in gioco, c’è una produzione intellettuale notevole. Qualche minuto fa ne parlavamo, e si pensava che Taranto potrebbe diventare il collettore di tutte le nostre proteste e addirittura indicare l’inversione del trend: ci siamo resi conto che questo tipo di industria non può durare a lungo e soprattutto è deleteria per tutti, non soltanto per chi ci lavora.
Lorenzo: Smuovere le coscienze, sensibilizzare e far venire fuori quello che succede. Da noi a Salerno se passi vicino alla Fonderia Pisano la stessa ti sembra chiusa, gli operai sono 150 e la fabbrica è in decadenza, sembra chiusa, e la gente del territorio pensa che sia effettivamente chiusa. Noi, con il Comitato, con la fiaccolata che abbiamo fatto per ricordare le vittime, stiamo provando a far sapere a tutti che quel problema esiste: la puzza che i cittadini sentono o la polvere nera che vedono per chilometri (in tre Comuni: Salerno, Capezzano e Baronissi) la gente non riusciva, prima, a capire da dove venisse. Noi possiamo ottenere tanto se prendiamo coscienza, abbiamo anche il potere del voto, possiamo bloccare i politici eletti che diventano complici invece di tutelare la salute dei cittadini. L’unica strada che abbiamo – anche se non conosco il risultato che possiamo ottenere – è quello di prendere coscienza.

Alla gente che è rimasta a casa cosa dici?

Ettore: Che forse prima o dopo potrebbero pentirsi di non aver partecipato.
Nico: Che hanno perso un’opportunità di dimostrare quanto bene vogliono all’ambiente
Roberto: Posso solamente invitarle ad informarsi e a leggere
Donato: La gente deve prendere coscienza oltre che avere notizia, uno è un discorso di diffusione della notizia che un evento si svolge, l’altro è una presa di coscienza: una volta che uno lo sa deve prendere coscienza e farlo attivamente. Per esempio, io vedo che nelle manifestazioni a Taranto – in generale – c’è stata una partecipazione operaia, di alcuni operai che hanno capito la gravità della situazione e che nonostante mettano a rischio il proprio posto di lavoro confidano in un futuro diverso che possa partire intanto dalle bonifiche – perché in tutte e due le città c’è tantissimo da lavorare per recuperare ciò che è stato rovinato in maniera irreversibile.
Giovanni: Non rimanete a casa, una volta all’anno…noi facciamo riunioni due-tre volte a settimana, oltre ai convegni, sacrifichiamo gran parte della nostra vita oramai da anni per questa città, e se a loro viene chiesto una sola volta di partecipare – una volta all’anno – allora devono alzarsi e venire. Ci sono ragazzi di altri movimenti che veramente si sacrificano, gratuitamente, tutto l’anno per cercare di cambiare questa realtà.
Massimo: Purtroppo il tarantino è ce me ne futte a me, non capiscono la gravità di questi problemi. Se non si è uniti non si va da nessuna parte, hanno sistemato con i decreti Ilva una situazione che noi avremmo potuto vincere, in una città così inquinata sotto tutti gli aspetti non abbiamo neanche raggiunto il quorum per il famoso referendum sulla chiusura dell’area a caldo, è una situazione allucinante.
Lorenzo: State attenti, ci hanno abituato negli ultimi 20-30 anni a non avere più quel senso di partecipazione di massa e solidarietà, ci hanno costruito addosso questa coscienza-non coscienza, il preferire il proprio orticello. Se non ci mettiamo insieme e non capiamo che il problema di Taranto e di chi è morto qui è il problema dell’Italia (siamo tutti vittime della corruzione, dei poteri forti e di un sistema capitalista) allora siamo persone che non andranno da nessuna parte. Il messaggio che lancio è: pensate che non è un problema solo dei tarantini o di chi ha perso qualcuno di caro, perché il problema potrebbe diventare il vostro, perché potreste ammalarvi o vivere in una città dove non c’è sicurezza, non c’è salute o lavoro, due diritti che non possono essere disgiunti. Il mio appello è: partecipate! Solo così possiamo avere una speranza.
Antonio: Noi lo facciamo anche per chi non c’è, un domani arriveremo a raggiungere l’obiettivo ma di tutto il lavoro che stiamo facendo ne godranno tutti, non voglio essere egoista ma chiedo a chi non c’è di farsi vedere ogni tanto, noi siamo qui anche per gli assenti. Ai giovani dico: capiamo che sta piovendo, che è Domenica, ma non è così che si salvano le città e i popoli. Immaginatevi se Pertini si fosse fermato per un po’ di pioggia!
Fabio Millarte: Io credo che giudicare una manifestazione per due-tre persone che ci partecipano significa chiudersi al dialogo con il resto della cittadinanza ma soprattutto al resto delle idee, perché ognuno deve avere la possibilità di dire la propria. Vorrei tanto che nelle differenze ci si possa mettere tutti sotto un unico ombrello, mantenendo lo stile di questa giornata, un ombrello che è la chiusura dell’area a caldo e delle fonti inquinanti e non si può avere come oggetto di disquisizione la presenza di una persona o di un’altra: l’idea è quella che deve essere portata avanti, la chiusura dell’area a caldo per la salvezza della città.
Vincenzo: Queste sono una città e una provincia disabituate al ragionamento ed alla sensibilità civica, lo sono state nel passato e ancora oggi avvengono queste situazioni: si preferiscono le urla al ragionamento, è una città che si è liberata di Cito ma non del citismo, ed io ritengo che queste iniziative riavvicinino la gente ai problemi reali, e il fatto che ad aver organizzato questo tipo di iniziativa sia stata una testata giornalistica credo che segni un elemento di discontinuità rispetto non solo al passato, ma anche rispetto ad un’idea che la stampa tarantina intesa nella sua complessità abbia avuto e continui ad avere elementi di contatto e di collusione con il potere e con la grande industria.
Alda: Il messaggio che do ai giovani non presenti è: come potete non pensare alla vostra vita, alla vita di coloro che vi stanno accanto, come potete pensare di poter andare allo stadio e di dimenticare che qui c’è una marcia per la vita, non una marcia di majorette, è un qualche cosa di fondamentale quello di vivere e combattere per la salute. Se un giovane non ha al centro dei propri interessi e del proprio cuore la vita e la salute, allora è un vecchio perché è già morto. Il veleno peggiore del mondo è l’indifferenza e l’ignoranza, sono due grandi problemi che si possono combattere con ragazzi come voi che si danno da fare e cominciano a muovere le acque per cercare di portare gli altri a combattere per un ideale vero, sincero, certo. Prima di tutto combattere l’indifferenza, poi l’egoismo, perché uno pensa “tanto il tumore io non ce l’ho, ce l’ha l’altro”, ma il tumore può colpire chiunque, anche chi pensa di essere sano. Cercare di fare quello che state facendo voi e quello che stanno facendo qui sotto l’acqua, non ci sono i grandi giornali e le grandi emittenti, e questo vi dice quanto voi siete guerrieri, perché non siete appoggiati dai grandi interessi dei potenti, siete appoggiati semplicemente dal vostro cuore e dai vostri ideali. Avete la mente pura, e guardate il mondo con occhi puliti: quello che è il vostro compito è di insegnare agli altri di fare la stessa cosa.

Spesso si parla dei giovani come coloro che vogliono scappare da Taranto, e fuggire. Cosa diresti a questi ragazzi, anche per invogliarli a tornare?

Nico: Che il futuro sono loro, se loro si allontanano dalle loro radici va tutto a scemare, è bene che tornino.
Roberto: Mi rendo conto che le esigenze dei ragazzi sono impellenti, hanno bisogno di risposte reali, istantanee perché ne va della loro vita e del loro futuro. Questo è il motivo per cui i giovani non possono aspettare e fermarsi alle promesse, altrimenti la nostra città avrebbe le carte in regola per diventare una grande, vera città. Abbiamo tante bellezze, abbiamo capito che siamo stati negati per tanti anni, abbiamo cose da mostrare a tutti, Taranto varrebbe anche un viaggio intercontinentale per le cose che abbiamo, 3000 anni di storia non ce l’hanno in tanti.
Donato: Li capisco, sono momenti di sconforto che chiaramente un giovane può sicuramente vivere, è però un peccato perché secondo me nascerà da loro quella spinta necessaria a livello di iniziative e di idee che possono portare nuova occupazione. I nuovi modelli di sviluppo che si chiedono sono proprio questi, siamo in un’era completamente differente da quella del secolo scorso e dunque l’informatica, i centri di studio, la ricerca, sono i campi in cui i giovani devono emergere e trascinare la società. Perché dobbiamo sempre fare un’imprenditoria di asservimento, un’imprenditoria di accattonaggio, con imprese satelliti che non sanno fare altro che manutenzione industriale o roba del genere, o comunque imprese aggrappate alla grossa azienda che produce?
Giovanni: Si sentono soli, abbandonati, non hanno alternative, nessuno le crea o nessuno gliele propone. Però abbiamo visto anche altri progetti nel brindisino, nel leccese, di ragazzi che hanno inventato delle alternative, la new economy o tecnologie green, tante cose si possono fare ed è per questo che dico: basta parlare di diossina, di benzoapirene e di furani, parliamo delle alternative e creiamole.
Massimo: Per come stanno le cose i miei due figli, che vivono fuori Taranto, hanno scelto di non tornare più qui dove in effetti non c’è futuro neanche per gli eventuali futuri figli, questa è una terra bruciata nella quale rimarranno solo gli anziani, con i ragazzi come voi che cercheranno di muoversi, perché se ti vuoi inventare di fare il “barcaiolo” sfruttando il turismo, non te lo fanno fare, perché ci sono i soliti che devono darti i permessi e che non te li danno.
Antonio: C’è un ricatto, Taranto non deve avere niente perché non dev’essere niente, quindi o vai a lavorare all’Ilva o devi lasciare Taranto, perché qui c’è una sola università ma è di Bari, lavoro alternativo non ce n’è, e quindi ci tengono sotto scacco, come se fosse stato fatto – secondo me – a tavolino. Chiudono i lavori puliti e raddoppiano quelli sporchi: Marcegaglia, Vestas, il raddoppio di Tempa Rossa e compagnia bella. Hanno deciso questo futuro per questa città, noi ne vogliamo uno differente per far sì che i ragazzi non vadano via da Taranto.
Fabio Millarte: Ai giovani dico che nell’età del 2.0 non importa dove uno ci si trova, ma che le idee siano condivise e portate avanti in maniera coerente. Anche se vivessi a Milano, io potrei fare le mie proposte e noi da Taranto siamo pronti a riceverle. Le associazioni, anche la Chiesa, possono farsi portavoce di un cambio di mentalità.
Fabio Matacchiera: Io capisco quei giovani, a volte dico: “fate bene a scappare, se volete salvare il vostro futuro e le vostre famiglie“. Indubbiamente non possiamo dire “rimanete qui“, possiamo solo dire che da un lato è comprensibile la loro voglia di evadere per poter migliorare la loro posizione, il loro stato di salute e l’ambiente che qui non è sempre rispettato. Noi possiamo contare su quelle forze di quelle persone che hanno il coraggio di rimanere e combattere, bisogna fare forza su di loro e, insieme, portare avanti la nostra battaglia. La storia non si fa in un giorno, non in un mese, ci vogliono anni e noi stiamo facendo la storia. I frutti che forse non vedremo, ma che saranno visti dai nostri figli, ci saranno. I cambiamenti richiedono tempo, i grandi uomini della storia per raggiungere il traguardo della libertà, dell’autonomia, hanno tanto lottato.

Un punto di svolta può essere la formazione, anche in campo universitario, di questi giovani che un giorno prenderanno le redini delle aziende.

Donato: Certo, Taranto è in una situazione simile a quella di Brindisi per quanto riguarda l’esodo di giovani subito dopo il termine degli studi, sono le migliori menti che vanno a studiare fuori e molto spesso si stabiliscono nelle città sedi universitarie. Noi perdiamo quella parte di giovani e dunque rimaniamo arretrati, rimaniamo in balia di quelli che cercano il posto da operaio – e mi dispiace per loro – ma grazie a quei giovani forse domani saranno creati posti sani di lavoro per gli operai, gli impiegati, ma servono anche dei manager che abbiano finalmente cura e rispetto per le persone e l’ambiente dove si produce.
Giovanni: La formazione e la cultura sono alla base di tutto, quella è la molla che fa capovolgere le cose. Prima della manifestazione del 2008 tutti avevano paura, e giustamente avevano paura, perché poi è stata scoperta questa cupola mafiosa: nelle intercettazioni Archinà diceva “mando i miei amici calabresi“, sarà vera o sarà falso? Chissà, ma intanto lo diceva, e questa minaccia incombeva sulla città. Le stesse 54 persone che sono state rinviate a giudizio indicano che c’era una macchina che complottava per tenere sotto giogo tutta la città, e adesso ci stanno riprovando in un altro modo, dicendo che tutto va bene, che l’aria è buona, stanno tentando una nuova via. E’ giusto lottare contro queste menzogne, un giorno viene detta una cosa ed il giorno dopo un’altra, ma soprattutto il discorso è quello di partire dalla cultura: quando avremo una base, un tessuto sociale con una certa cultura le alternative le troveremo, e si possono trovare, progetti e soldi a disposizione, sia regionali che europei ce ne sono e saranno tanti, la realtà è che non si propongono. In questo la Regione Puglia forse ha anche ragione: ieri parlavo con gli amici della Jonian Dolphin e li invitavo a fare dei progetti reali, e la risposta ottenuta è stata “ma a noi non ci guardano in faccia“. Bene, i progetti non li deve proporre un solo movimento ma dieci, cinquanta movimenti tutti insieme, andremo a bussare ed avremo un potere di contrattazione maggiore. Un esempio è l’espansione con il progetto Cimino: la città si è sollevata e adesso voglio vedere cosa faranno. Tutti i ragazzi o i gruppi devono cominciare a creare progetti, un esempio sono i ragazzi di Ammazza Che Piazza: puliscono le piazze e i giardini gratuitamente, il Comune ha stornato due milioni per le pulizie del verde per l’AMIU. Creiamo delle cooperative di 70-80-100 persone e facciamo un appalto con il Comune per pulire le piazze! Perché questi ragazzi devono farlo gratis ed altri, invece, devono prendere soldi senza fare un cavolo? E’ un discorso di cultura, ed è questa che dobbiamo cambiare.
Angelo: L’Italia, non solo Taranto, ha bisogno di una rivoluzione culturale per essere cambiata. C’è un qualcosa che si chiama etica della responsabilità, ed è quello che salvaguarda il paese dal diritto del più forte. Questo vale da chi governa, ti faccio un esempio: io ho impiegato – parlando con un parlamentare tedesco dei Verdi (Die Grünen) – un’ora e mezza a fargli capire cosa fosse il condono edilizio, perché per loro è inimmaginabile e impensabile che uno possa costruire la propria casa sul demanio dello Stato e si faccia successivamente dare l’autorizzazione. E invece noi abbiamo avuto dei governi che hanno legalizzato l’illegalità, è un problema di etica della responsabilità da parte di chi governa ma anche da parte dei cittadini: a Napoli, nell’hinterland napoletano, la gestione dei rifiuti è una grande responsabilità da parte delle amministrazioni, ma anche da parte dei cittadini che sempre di più stanno reagendo ma allo stesso tempo alcuni pensano che sia giusto buttare l’immondizia in mezzo alla strada. Questo è un paese che si salva solo grazie all’etica della responsabilità ed alla rivoluzione culturale.
Alessandro: La soluzione è quella contenuta nella risoluzione europea del Maggio del 2013 che indica tutta una serie di azioni di sviluppo alternativo e sostenibile per le aree di crisi industriale, è un lungo e dettagliato elenco di come si può partire dalla riconversione del modello produttivo inquinante per andare verso modelli sostenibili che partano dalla bonifica del territorio, verso un uso responsabile del territorio, un uso ad esempio dei prodotti agricoli di cui venga garantita la salubrità, certificare i prodotti zootecnici. Solamente in questa maniera noi possiamo puntare su un allevamento ed un’agricoltura di qualità, che superi l’esame della sicurezza alimentare che è molto importante. In questo momento noi sappiamo che a Massafra ci sono bovini con la diossina, sono state abbattute pecore e capre con la diossina, e se non riusciamo a superare questo problema e non riusciamo ad andare verso una certificazione dioxin-free molti dei prodotti della terra verranno considerati contaminati. E’ necessaria una bonifica dei terreni ed un grande lavoro di certificazione dei prodotti della terra, oltre ad un lavoro nelle scuole affinché vengano promosse le energie alternative, che possono costituire un fulcro su cui realizzare quello che è il progetto di sviluppo nuovo (solare, vento, costruzione di edifici che siano ad alta efficienza energetica). C’è la possibilità di creare un’economia ed un indotto intorno, ad esempio, al recupero dei computer utilizzati e che sono diventati obsoleti, spesso vengono gettati quando invece possono essere riportati a nuova vita con il sistema operativo Linux, con la versione Lubuntu, ottenendo in questa maniera due risultati: riutilizzarli nelle scuole e lì dove c’è bisogno, ed evitare quel fenomeno che è l’abbandono negli scantinati o nelle discariche di elettronica che ha un alto impatto inquinante. Questo è solo un esempio di come, se ci specializzassimo in un determinato settore, potremmo realmente creare delle eccellenze. Un altro settore per costruire uno sviluppo per Taranto è ad esempio quello della rinascita delle masserie, della trasformazione delle masserie in agriturismi, e della costruzione attorno alle masserie di una rete economica che sia una rete di servizi di carattere culturale, di attrattività turistica, il recupero del bello e del senso della bellezza permette di attrarre le persone, città belle e pulite, che abbiano un entroterra interessante e che custodiscano la storia è la garanzia di poter dare sviluppo a questa nostra provincia, ed in particolare dovrebbe essere l’entroterra, la provincia, ad accerchiare la città e a svuotarla dai vecchi apparati produttivi che ormai non danno più lavoro, producono solamente inquinamento perché obsoleti e malmessi, e dovrebbe essere l’entroterra a fornire una proposta nuova che si basi sul recupero della tradizione non per tornare indietro ma per andare avanti.
Fabio Matacchiera: La cultura è stata purtroppo soppressa perché si è pensato di favorire altri ambiti, che noi siamo abituati a vedere da decenni, come quello dell’acciaio, della Marina Militare. Non abbiamo sviluppato altre economie tali da rendere la nostra cultura e la nostra economia variegate. E’ una cultura ed un economia che purtroppo mal si presta alle aperture e ai confronti con città la cui vivibilità è senz’altro migliore di Taranto e che non hanno queste mostruosità che sovrastano le nostre teste, e chiudono le altre possibilità di economie, culture e speranze. Noi vogliamo un’apertura ed un rendere la nostra città diversa da quella a cui siamo abituati, quella dell’acciaio e dei fumi.

Taranto tra 20 anni: come te la immagini?

Roberto: Se riusciamo a svoltare, Taranto tra 20 anni sarà bellissima, sarà sempre piena di luce e di attività.
Giovanni: Io la vedo bene, sarò utopista ma io non voglio più vedere questo skyline, immagino un’altra città. Voglio lanciare un messaggio al Vescovo, spero che questo lo possa ammorbidire (sorriso, n.d.r.): se chiudiamo Ilva ed ENI e spianiamo tutto, gli facciamo costruire la più grande chiesa del Mediterraneo per accogliere i cittadini africani, diventerà la più grande chiesa dell’Europa e lui sarà quel San Filippo che avrà posto la prima pietra, una spianata tipo Santiago de Compostela con tecnologie alternative. Il sogno, quello principale, è di realizzare il più grande museo della Magna Grecia del Mediterraneo: riportiamo a Taranto tutti i reperti archeologici, sviluppiamo il terziario con le tecnologie (porto e turismo, con i turisti che vengono e fanno lavorare la micro imprenditorialità che poi è quella che rimane sul territorio, a differenza delle grandi imprese che vengono e fanno i comodi loro, portano i loro soldi all’estero, evadono tutto e ci lasciano nello schifo…e anche voi potete farlo, cominciate!)
Massimo: La immaginavo incontaminata, ma a quanto pare è più facile affittare i terreni a chi installa le antenne per prendere facilmente 20.000€ al mese, questo è il succo del discorso. A livello specializzazione non c’è niente, non se ne può più, a Lama c’è un piano per l’installazione di 16 antenne. Ho personalmente fatto una colletta per fare un ricorso al TAR, e dalle palazzine adiacenti ho raccolto solo 90€ nonostante la presenza di mamme.
Angelo: Quel camino (l’E312, n.d.r.) lo lascerei, come simbolo di una storia che non può essere dimenticata, e immaginerei i migliori architetti del mondo realizzare delle bellissime iniziative urbanistiche su quei suoli come musei tipo il Guggenheim che è stato costruito a Bilbao, e fare in modo che quella zona sia ricca di università, di centri di produzione di innovazione tecnologica, di nanotecnologie, di metropolitane che collegano questa zona con la circumnavigazione del Mar Piccolo, o la Taranto vecchia che diventa il fulcro, e che ci sia un museo archeologico più importante d’Europa – voi lo sapete che qui ci sono i reperti più importanti del mondo – e che Taranto possa diventare la porta d’Europa sul Mediterraneo, tutto con una possibilità di occupazione da noi analizzata e quantificata in 30.000 posti di lavoro. Taranto può rientrare nei grandi cicli turistici com’è successo a Bilbao: un recupero, una rigenerazione urbana, via tutti quei camini con l’E312 che rimane ed il ritorno dei giovani, il protagonismo loro e delle loro intelligenze.
Alessandro: Ci sono due scenari: il primo – il più brutto – è che la città venga abbandonata, e già abbiamo un esodo di massa dei ragazzi che arrivano in quinto e decidono di andare via, una città usa e getta, spremuta e abbandonata, uno scenario di desertificazione su cui una parte della classe politica gioca per dire “guardate, c’è solo questa prospettiva quindi rassegnatevi ed andate via“. Poi c’è l’altro scenario, che noi auspichiamo, che è quello della Rhur, dove hanno fatto una bonifica seria dei terreni, hanno creato un percorso di riqualificazione paesaggistica e hanno progettato alternative di sviluppo, hanno usato intelligentemente i fondi strutturali europei che sono usati e spesi, stiamo parlando di somme enormi che non vengono usati con progetti che siano effettivamente all’altezza degli obiettivi. Se avessimo una classe politica intelligente, preparata ed onesta questi soldi verrebbero spesi per dare lavoro ai giovani. Io prefiguro questo scenario, in cui un’opinione pubblica informata riesca da qui ai prossimi vent’anni a costruire una prospettiva futura per Taranto e la provincia, per noi ed i nostri figli.
Antonio: La vorrei semplicemente basata su industrie chiuse, anzi sparite completamente, una città in cui si possa puntare sul turismo culturale oltre a quello balneare – abbiamo spiagge da invidiare – ma soprattutto culturale puntando sul museo, visto che abbiamo milioni di reperti da uscire e mostrare, un anfiteatro che forse non verrà mai a galla, e soprattutto altre possibilità di lavoro come il porto – il secondo più grande d’Europa dopo Rotterdam dove lavorano 200.000 persone con tutto l’indotto, più della città di Taranto inclusi i bambini.
Fabio Millarte: Io sono fortemente convinto che sarà un posto dove si confronteranno ancora tutte le nostre contraddizioni, perché probabilmente questo mausoleo (la fabbrica) rimarrà così, non c’è una classe politica in grado di affrontare un ricambio per la città, progettare un futuro inteso come superamento dell’Ilva, siamo molto in ritardo rispetto a quelle che sono le alternative a questo mostro. Come WWF Taranto stiamo provando a fare quello che dovrebbero fare gli imprenditori tarantini, ovvero investire sulla città e sulle cose belle che abbiamo, annunciando che è possibile! Uno scienziato, ieri, Erasmo Venosi, ha detto una cosa importantissima: i soldi ci sono, non c’è la volontà, e quella si manifesta attraverso i progetti e le proposte, e queste devono arrivare da ovunque le persone si trovino. WWF, Peacelink, Fondo Antidiossina sono pronte ad ascoltare, portatele indipendentemente da dove vivete.
Vincenzo: Se non ragioniamo sin da adesso alle reali possibilità di sviluppo io credo che tra 20 anni questo sarà un territorio raso al suolo, basta vedere il paesaggio che noi abbiamo incontrato oggi venendo qui (all’Italcave, n.d.r.): sulla Statte-Taranto ci sono tutte queste imprese e attività inquinanti, sembrava un paesaggio da sopravvissuti. Noi dobbiamo invertire queste tendenze e riproporre quella che era la differenza che Pasolini dava ai due concetti: lo sviluppo è per l’accumulazione economica, il progresso è per la crescita civile ed etica di un popolo. Se i cittadini si mettono tutti quanti insieme e i messaggi sono messaggi costruttivi, la storia insegna che da parte del popolo arrivano poi i cambiamenti e le rivoluzioni gentili e democratiche che possono metterci nelle condizioni di avere un futuro meno brutto e meno compromesso rispetto a quello che c’è dato vedere oggi.

E’ possibile vincere senza poteri forti alle spalle?

Antonio: Noi i poteri forti dobbiamo spazzarli via, perché l’ecologia è qualcosa che ti viene da dentro, se sei sporco dentro non puoi fare ecologia fuori.
Fabio Millarte: Non è una questione di poteri forti in sé, è che si deve parlare della cosa e ognuno deve avere una posizione, non dobbiamo pensarla tutti allo stesso modo: è nelle differenze che si possono trovare le soluzioni che stiamo cercando. La battaglia a Taranto si vince se c’è un’opinione pubblica che ha un’idea chiara di quello che succede, le soluzioni poi possono essere migliaia, ma non tocca a noi trovarle: tocca al governo, ma ci dev’essere una voce a Taranto – anche discordante – ma su un’idea precisa e consapevole, cosciente di ciò che viviamo. Ognuno può decidere, ma la gente deve sapere ciò che succede: molto è successo “sotto banco” perché le notizie non sono state divulgate, perché c’era un sistema corrotto che le ha bloccate. Adesso che la Chiesa, anche in maniera contraddittoria rispetto a quella che è la nostra posizione, partecipa alla creazione di una coscienza, di un dialogo, è una cosa positiva.
Fabio Matacchiera: Non dobbiamo farci scoraggiare dalle azioni che purtroppo vengono intraprese in cui viene risaltato il business dell’acciaio e sottomessi l’ambiente, la cultura e la salute. Non dobbiamo scoraggiarci perché tutte le grandi guerre sono lunghe, difficili, ci vuole tempo per poterle portare a termine in maniera positiva. E’ chiaro che dobbiamo anche sobbarcarci tanti sacrifici, sopportare le apparenti sconfitte che alla fine si concluderanno con la nostra grande vittoria: liberare questa città. La vita per la loro industria è diventata difficile, la magistratura sta con gli occhi puntati e devono farsi bene i calcoli, finora hanno fatto quello che volevano e adesso è molto difficile che possano continuare a farlo. Devono farsi i loro calcoli e vedere se conviene continuare così o andare via. C’è anche il problema della crisi dell’acciaio, che costa molto nella produzione ed è molto inquinante, sono tante fattori che – insieme – non fanno pensare ad un buon futuro per un’azienda che ha fatto quello che voleva fino a qualche anno fa. In passato le autorità non potevano entrare all’interno delle industrie e questo muro è stato sfondato da alcuni eroici e valorosi magistrati, noi anche grazie a questa situazione siamo riusciti a vedere tante situazioni che venivano nascoste, ora anche gli operai parlano ed il quadro è molto più vero rispetto a quello che noi non conoscevamo o potevamo solo immaginare.
Alda: L’unica forza che può combattere i poteri forti è la popolazione. A Genova 10 anni fa una fabbrica tipo l’Ilva (era l’area a caldo dell’Ilva, n.d.r.) non perché la politica ha fatto qualcosa contro i poteri forti, ma perché le mamme con le loro carrozzine sono scese per strada e non hanno smesso un attimo di urlare fino a quando non hanno chiuso e non hanno riconvertito in modo sano quella fabbrica. Siamo noi padroni del nostro destino, siamo noi, non dobbiamo mai più dire “i poteri forti, la politica, lo Stato, il governo, il Comune”: il Comune siamo noi, lo Stato siamo noi, il Municipio siamo noi! Se l’Ilva e l’inceneritore della Terra dei Fuochi continuano ad ucciderci, è perché noi glielo consentiamo: non siamo più all’età della pietra, non siamo più completamente ignoranti. Non esiste più solo la RAI, o Mediaset o SKY: esistiamo noi, esiste la rete. Questa manifestazione è stata organizzata da Cosmopolis Media, da un piccolo giornale web, e qui non ci sono le grandi testate, c’è un piccolo giornale web di Taranto fondato da quattro ragazzi come voi, che senza soldi e senza niente si sono messi a cercare e fare ed hanno trascinato qui migliaia di persone. Sembra una piccola goccia, ma l’oceano è fatto da tante piccole gocce: se siete tutti quanti piccole gocce riuscite a fare un mazzo così a tutti.

Una mossa per vincere la passività tarantina

Massimo: Personalmente non ne vedo, devi “prenderli a mano a mano” o non li fai muovere.
Angelo: Bisogna essere perseveranti, insistere e non cedere mai allo sconforto, perché penso che questa sia una battaglia che non può essere vinta. Sarebbe criminale pensare che domani a Giulia e Francesco che nascono, o tu domani che ti sposi e fai un figlio, non possono vivere più su questo territorio, è criminale. Pensiamo e siamo convinti che questa sia la battaglia giusta e noi non possiamo non vincerla. Oggi il tempo non è stato tanto clemente, ma nonostante ciò c’era della gente, e tra un mese o due bisognerà fare altre iniziative, supportare l’autorità giudiziaria e poi, quando sarà il momento, essere tutti uniti in una grande alleanza civica – anche ecologista di fatto – per dare una spallata a questo malaffare e a questa classe politica inadeguata che c’è a Taranto e che non rappresenta l’interesse pubblico.

Tu hai lottato quindi per formare un movimento unico che possa lottare contro l’inquinamento

Giovanni: La situazione di Taranto non la cambiano né a Roma né a Bruxelles, se a Taranto non saremo tutti insieme la situazione non potrà cambiare.

Oggi sono presenti associazioni e movimenti di tutta l’Italia

Roberto: Sì, da Trieste, da Servola, da Salerno…vengono da ogni parte d’ITALIA, abbiamo superato 120 associazioni come adesioni…Taranto sta dando una risposta anche come numeri, i numeri che sta smuovendo Taranto non ce li ha nessuno, stiamo facendo chiasso.

Lontanissimi da questa città, ma vicini alla nostra realtà

Ettore: Siamo più vicini di quanto si possa pensare, per la realtà che vive il nostro quartiere, che è un piccolo Tamburi e che si chiama Ferriera di Servola, un vecchio stabilimento siderurgico che è composto da due altoforni di cui uno ormai in disuso e un impianto di agglomerazione che è comune a Taranto, Trieste e Taranto sono le uniche dure realtà che hanno un impianto di agglomerazione che è poi quello che emette la diossina, e una cokeria a 66 forni. Chiaramente le problematiche che investono le case a 150 metri dalla cokeria (e le case sono più vicine della prima centralina), la nostra situazione è simile a quella dei Tamburi. Abbiamo medie di benzoapirene, nel corso degli ultimi sei anni e per uno stabilimento che ha da 6 anni l’AIA, siamo tra i 3 e 6 nanogrammi contro 1 massimo consentito. Solo quest’anno, grazie alla crisi della siderurgia, siamo riusciti a scendere a una media di 1.3, con la cokeria che viaggia a regime ridotto. Quindi non è merito né degli amministratori né della politica ma purtroppo solo della crisi economica se siamo vicini ai limiti di legge, ma vicini oltre. Con le ordinanze dei sindaci e i decreti si grattano le panze.

Facendo un parallelo con Trieste, Salerno o Brindisi, come giudica la partecipazione qui, nella città di Taranto?

Ettore: Molto più sentita che a Trieste, probabilmente anche vista la dimensione dello stabilimento che interessa molta più gente.
Lorenzo: Penso ci sia una buona partecipazione, all’inizio sembravamo essere pochi ma credo si sia intorno a 6-7000 persone. Credo sia molto importante che la gente si muova, soprattutto perché solo con la partecipazione possiamo pensare di svoltare, se aspettiamo che chi ci dovrebbe rappresentarci e fare il proprio dovere senza la spinta dei cittadini allora andremmo incontro al fallimento delle istituzioni, con silenzio ma anche complicità. Noi cittadini dobbiamo rompere questo silenzio e partecipare, e oggi la gente qui è tanta.
Donato: Queste iniziative non devono porsi come obiettivo sempre i grandi numeri, è invece importante che il paese – una frazione come Statte – comunque veda che le persone sono tante, non bisogna sottovalutare questi momenti perché i cambiamenti avvengono anche con le piccole cose. E’ comunque importante che se ne parli, non è facile in un percorso del genere portare grandi numeri. Noi ad esempio a breve organizzeremo un presidio sotto EDIPOWER, che è un complesso industriale energetico, una centrale che va a carbone ed è esattamente a 7-800 metri di distanza dal centro abitato dall’interno del porto, e ci compromette un’area vastissima, di porto, una zona dove si scarica il carbone, quindi le carboniere costantemente attraccate pregiudicano un sacco di risorse. La partecipazione a Brindisi non sempre c’è, a volte c’è stata e a volte un po’ meno, ma bisogna continuare.

Si potrebbe però fare molto di più

Ettore: Accontentiamoci.

Il tuo pensiero riguardo la “maretta” che ha preso piede in città, l’ennesima divisione alla quale noi tarantini siamo andati incontro (la divisione tra i gruppi e le associazioni dovuta alla presenza del Vescovo al convegno del 5 Aprile, n.d.r.)

Fabio Millarte: Noi accusiamo questa differenza, ma le distanze sono piccole, ci si ferma ai cavilli e questo rende difficile il dialogo. Io personalmente ho condotto le trattative con gli amici dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, e quello che è stato l’oggetto della discordia è stata la presenza del Vescovo di Taranto all’interno di un parterre di persone che sono venute a parlare e che erano convinte e compatte per la chiusura dell’area a caldo. Noi abbiamo voluto dare la possibilità anche alla Chiesa, e quindi anche alla stragrande maggioranza dei tarantini che sono cattolici e che vogliono sentire una parola dal Vescovo, che anche che sia contro quello che noi vogliamo ma è importante che incominci a essere divulgata l’idea che anche quella parte della città che fino ad adesso ha partecipato a mantenere il sistema adesso incominci a dire “va bene, prendiamo le distanze con ciò che è accaduto, vediamo se si può fare qualcosa“.

Il tuo contributo da singolo cittadino

Nico: Cerco di fare del mio meglio in tutto.

La presenza scout, forse un po’ piccola per l’occasione

Nico: A volte è difficile entrare direttamente in certi meccanismi, noi siamo qui perché viviamo e conosciamo il nostro territorio.

Com’è andata questa giornata?

Vincenzo: Bene, perché le condizioni del tempo no lasciavano presagire nulla di buono, invece quando siamo partiti non eravamo meno di 10.000, almeno secondo le stime delle forze dell’ordine. Non era un’iniziativa che partiva dalle vie del centro di Taranto, ma in un tratto di strada decentrato rispetto alla città, quindi tutti questi elementi di novità e difficoltà rendono ancora più importante questo dato numerico.

Ci saranno altre iniziative di questo genere?

Vincenzo: Vediamo, non dobbiamo sicuramente disperdere il contributo e la forza che c’è stata data, questa è la nostra Perugia-Assisi. Così come Aldo Capitini ideò quella marcia per la pace, così noi vorremmo che questa iniziativa sia da ripetere ogni anno con l’intento di dare alle popolazioni un riscatto sui temi della dignità umana e del rispetto per la vita.

Il giovedì santo Papa Francesco laverà i piedi a disabili e anziani del centro di don Gnocchi

Papa Francesco celebrerà la messa “in Coena Domini” nella fondazione di don Gnocchi, a Roma. E riserverà la tradizionale lavanda dei piedi a disabili e anziani. Bergoglio, che l’anno scorso andò nel carcere minorile di Casal del Marmo dove per la prima volta nei riti papali introdusse tra i dodici anche una ragazza italiana cattolica e una serba nata a Roma di fede islamica, questa volta ha scelto un centro all’avanguardia nella riabilitazione motoria. Nella stessa zona di Roma. Dodici, come gli apostoli, le persone tra disabili e anziani a cui il Pontefice nel corso del rito rinnoverà il gesto della lavanda. Arriverà alla 17.30 di giovedì santo, il prossimo 17 aprile, e celebrerà quindi la messa in Coena Domini presso il Centro Santa Maria della Provvidenza, in Via Casal del Marmo 401, nella zona Casalotti-Boccea. Alla celebrazione che si terrà nella chiesa del Centro, comunica la sala stampa vaticana, parteciperanno gli ospiti, accompagnati dai loro familiari, dal personale e dai responsabili. L’appello alla collegiabilità. Intanto Francesco invoca più collegialità nella Chiesa. “Si possono e si devono cercare forme sempre più profonde e autentiche dell’esercizio della collegialità sinodale, per meglio realizzare la comunione ecclesiale e per promuovere la sua inesauribile missione”, scrive in una lettera al Segretario generale del Sinodo dei Vescovi, cardinale Lorenzo Baldisseri.

Nella missiva il Papa si sofferma a lungo sull’istituto del Sinodo dei Vescovi, creato nel settembre 1965 da Paolo VI e sulla propria volontà di accrescere la “collegialità” e l’unione tra i vescovi e il “vescovo di Roma” per il governo della Chiesa.

“Le Assemblee Sinodali, che da allora si sono celebrate alla presenza di Vescovi provenienti dai diversi continenti – ricorda Bergoglio -, hanno potuto far conoscere gli imprescindibili contributi riguardanti i problemi e l’attività della Chiesa nel mondo e hanno offerto al Successore di Pietro un valido aiuto e consiglio per salvaguardare e incrementare la fede, per proporre con coraggio l’integrità della vita cristiana e per consolidare la disciplina ecclesiale”.E ricorda anche come già Giovanni Paolo II, “nel ribadire l’efficacia del Sinodo e nel riconoscere l’enorme bene che esso donava alla Chiesa, prospettava con lungimiranza: ‘Forse questo strumento potrà essere ancora migliorato. Forse la collegiale responsabilità pastorale può esprimersi nel Sinodo ancor più pienamente'”.

E annuncia: “Trascorsi quasi cinquant’anni dall’istituzione del Sinodo dei Vescovi, avendo anch’io perscrutato i segni dei tempi e nella consapevolezza che per l’esercizio del mio Ministero Petrino serve, quanto mai, ravvivare ancor di più lo stretto legame con tutti i Pastori della Chiesa, desidero valorizzare questa preziosa eredità conciliare”. A tale proposito, aggiunge, “non v’è dubbio che il Vescovo di Roma abbia bisogno della presenza dei suoi Confratelli Vescovi, del loro consiglio e della loro prudenza ed esperienza”.

La croce fatta con il legno dei barconi. Una grande croce, alta 2,80 metri per 60 chilogrammi, e realizzata con il legno dei barconi di Lampedusa provenienti dalle coste libiche, sarà presentata domani a Papa Francesco per essere benedetta durante l’udienza generale. Poi comincerà il suo pellegrinaggio lungo tutta l’Italia per portare un messaggio di solidarietà e di pace tra comunità, parrocchie, culture, città e fedi.

Fonte: LaRepubblica.it

Noi, giovani imprenditori che resistiamo alla crisi nel Sud

Start up che puntano sul bio, aziende gestite da trentenni che vincono premi nel mondo. Che danno lavoro a paesi in crisi lottando contro burocrazia e cosche. Ecco le storie di chi quel Meridione che vuole risorgere e non si arrende

Santo alleva dromedari alle pendici dell’Etna. Monica inventa borse nei vicoli di Napoli, sfruttando la seta dei Kimono giapponesi. Daniele è l’ingegnere salentino che ha importato l’estro della Silicon Valley nella terra della pizzica. Domenico è il calabrese, testardo, che con la sansa delle olive ci fa prodotti per l’edilizia. E Daniela, in Sardegna, trasforma la lana in soffici materassini per riscaldare le case. E il latte in vernice ecologica. È un pezzo d’Italia che resiste, il filo rosso delle loro storie. Storie di creatività, di un Sud diverso da quello dell’eterno luogo comune italiano. Un Sud fatto di laureati, trentenni, e di imprenditori, più solidi, dalle spalle larghe. Ambiziosi i primi, demoliscono la sparata del presidente Fiat, John Elkan, che li aveva dipinti come eterni bambini, scatenando una bufera e poi ritrattando; disillusi i secondi, che sanno di poter contare solo sulle proprie forze.
Un primo dato è in controtendenza: lo Svimez – l’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno – registra infatti un calo di 300 mila tra imprenditori e lavoratori autonomi negli ultimi cinque anni. Eppure la curva è più accentuata nel Centro-Nord, mentre l’imprenditoria giovanile risulta più frizzante proprio al Sud. Qui le aziende gestite da giovani fra i 20 e i 35 anni resistono meglio alla crisi, così come quelle dei “grandi” che si sono reinventati un lavoro. Capaci di trasformare una vita che costa meno, e per anni in ritardo sui ritmi di crescita del Nord, in un fattore di concorrenza. In un’opportunità: «In tempi di crisi globale può essere un elemento virtuoso, che fa ripensare ai progetti di vita», osserva Antonio La Spina, consigliere dello Svimez. E così chi è indeciso se lasciare il paesello o inventarsi un mestiere lì, sceglie di rischiare vicino casa. C’è chi investe nell’agricoltura biologica o nella green economy, c’è chi sceglie di puntare sull’artigianato. Giovani che vogliono liberarsi dalle maglie delle mafie, che non intendono più pagare il pizzo, come magari hanno fatto per decenni i loro genitori, giovani che pretendono dalla politica risposte e non più aiuti, non più il posto fisso nella Asl di turno, costretti poi a ringraziare il signorotto locale. «Sono sempre più numerosi i giovani che trovano assurdo versare l’obolo per garantirsi la sicurezza e si ribellano», spiega La Spina. «Spesso sono i figli degli imprenditori che hanno sempre piegato la testa». Piccoli passi del Sud, insomma, ai quali deve seguire un modo diverso di fare politica: «Ora è la classe dirigente che deve compiere scelte impopolari, che deve rompere gli schemi del passato fondati sulle clientele».

Il team di CicerOOs - foto di...
Il team di CicerOOs – foto di Christian Mantuano (OneShot)

Dalla Silicon Valley al Salento
Dal garage trasformato in laboratorio informatico a un vero studio professionale. Daniele Cassini ha fatto strada. Ora si rapporta con colossi dell’economia italiana, come la Fiat. E deve indossare camicia e pantaloni eleganti. I capelli corti, chiari, e il sorriso come biglietto da visita fanno da cornice al viso da bravo ragazzo. E pensare che è iniziato tutto quasi per gioco. Una fissazione che l’ha portato al successo: mostrare al mondo il meglio del Salento. Così Cassini dopo la laurea in ingegneria a Bologna, lo stage in una delle migliaia di aziende della Silicon Valley californiana, è tornato a Ugento, in provincia di Lecce, dove ha modellato “CicerOOs”, il motore di ricerca turistico che sfrutta un algoritmo in grado di cucire l’itinerario su misura del viaggiatore. Basta un clic per degustare un Primitivo d’annata, accompagnandolo con taralli fatti in casa, sulle note della musica popolare o del jazz, magari camminando tra le rovine dell’antica Magna Grecia, senza più portarsi dietro chili e chili di guide turistiche. Il Cicerone virtuale pensa a tutto. «Il progetto prende forma in Carlifornia», dice Cassini, «dove basta un garage e un’idea per creare ricchezza». Il socio, anche lui si chiama Daniele, nel frattempo conclude la tesi sull’algoritmo che cambierà le loro vite. All’inizio sono anni di precarietà, senza un euro in tasca. «Poi il miracolo», scherza Daniele, «nel 2012 abbiamo vinto il bando della Regione Puglia “Bollenti spiriti” per le migliori start up, e sono arrivate le prime risorse per aprire la società. A questo punto abbiamo iniziato il fundraising». L’iniezione di capitale ha permesso a “CicerOOs” di assumere due ingegneri a tempo indeterminato, lasciare il vecchio garage e crescere in poco tempo. Ora ci lavorano otto persone. E dopo avere intercettato clienti come il marchio torinese o l’American Express, stanno trattando con altri pezzi grossi targati Italia. L’obiettivo? Un milione di fatturato. «Ci sono le condizioni per tagliare questo traguardo», dice Cassini.

Anche se l’Italia della burocrazia e delle tasse colpisce anche i giovani talenti: «Qui è tutto difficile: trovare tecnici specializzati, districarsi fra regole e carte bollate, oltre al carico fiscale molto elevato: il costo del lavoro rispetto agli altri Paesi europei è altissimo, come si sa. Ma è incredibile che su un salario di mille euro un’azienda ne spenda più del doppio». Nonostante il fardello Italia che si tira dietro, Daniele non ha intenzione di emigrare. «La vera sfida è riuscire a realizzare i nostri sogni proprio qui, dove secondo molti è impossibile farlo. La vittoria finale vale doppio».

Santo Fragalà nel suo allevamento di...
Santo Fragalà nel suo allevamento di dromedari – foto di Alessio Mamo

Dromedari sull’etna
Guardare la sua piccola azienda è come riavvolgere il nastro della storia. Ai tempi della dominazione araba in Sicilia, proprio qui c’erano i dromedari. E lui, Santo Fragalà, veterinario, ce li ha riportati. Indossa pantaloni beige con piccoli cammelli ricamati. L’inflessione catanese è rimasta, ma la parlantina decisa sembra quella di un imprenditore pronto a sfidare il muro della burocrazia italiana. All’età di 25 anni, s’è inventato un lavoro che mette insieme l’antica Sicilia e la moderna industria dei prodotti bio. «Secoli fa sulla nostra isola c’erano i dromedari», racconta Santo, «fanno parte della storia di questa terra, eppure oggi devo superare resistenze culturali enormi, per tutti il cammello è solo un animale da ammirare allo zoo». Non per lui, però. Lui con il loro latte ci produce biscotti, torte, creme, saponi e prodotti cosmetici. Una versione moderna dei leggendari bagni di Cleopatra nel prezioso latte d’asina. Che Santo ha tolto dai libri di storia per piazzare sull’etichetta del suo bagnoschiuma, uno dei prodotti di punta, che non a caso porta il nome “Segreto di Cleopatra”. Santo è un altro che si vuole reinventare il Sud. Poteva passare la vita solo nel canile del paese, invece no. È durante il dottorato di ricerca che approfondisce le proprietà benefiche del latte di dromedario. E che trasforma un’idea in progetto di lavoro. Scontrandosi con procedure e regole non proprio amiche dell’impresa. «C’è voluto un anno per ottenere le autorizzazioni e portare in Italia gli animali. Ci ho perso giornate intere a compilare scartoffie», spiega.

«L’Europa e il nostro Paese non sono pronti a esperimenti del genere». E così, lui che ce l’ha fatta, mostra un po’ di vanità: è l’unico in Italia, e il secondo in Europa, a potersi presentare come allevatore di dromedari.
I primi prodotti sono già sul mercato, ora parte la fase due: preparare gli animali del suo allevamento a diventare autosufficienti, senza dover più comprare all’estero la materia prima: «Non appena la fattoria sarà avviata la filiera verrà ridotta al minimo», spiega. E così darà lavoro anche ai suoi compaesani: gli artigiani locali trasformeranno il latte in pasticcini o in elisir per rilassarsi con un bagno caldo. E pensare che anche lui, come migliaia di coetanei, è stato tentato dall’idea di fuggire, lasciare la Sicilia, cercare il Bengodi altrove. Poi però ha guardato oltre la staccionata, lo stretto di Messina, Taormina, il porto di Catania. E ha deciso di restare. «Mi confronto con una mentalità arretrata, con una società, quella siciliana, poco vivace dal punto di vista economico. Ma di una bellezza mozzafiato», dice. «E nonostante tutto, mi convinco di aver fatto la scelta giusta».

Daniela Ducato di Edilana - foto di...
Daniela Ducato di Edilana – foto di Alessandro Toscano (OnOff)

Edilizia in pura lana
«Chi sono io? Una contadina dell’edilizia». Si presenta così Daniela Ducato. A cinquant’anni s’è inventata la pecora 2.0. Lei che da una vecchia azienda edile ha creato “Edilana”. Già, nel momento della crisi più nera in Sardegna, con i pastori ridotti alla fame per la concorrenza straniera, Daniela ha trovato una nuova strada per far rendere il gregge. Con la lana sarda, anziché farci le coperte, ci produce un isolante per le case. In pratica sono grandi rotoli di lana, che vengono stesi sui tetti o tra i muri. Poi, nella sua Guspini, paesone di 12 mila abitanti nel Medio Campidano a una settantina di chilometri da Cagliari, trasforma pure il latte – quello che i produttori di pecorino pagano pochi spiccioli, preferendo la concorrenza straniera – nell’ingrediente segreto delle sue vernici naturali, delle malte per la bioedilizia, dei mattoni ecologici del futuro.

Quella che era l’impresa edile di famiglia è diventata, dal Duemila, un gioiello delle green economy che fattura 15 milioni di euro l’anno. E così nela sua fabbrica i macchinari lavorano gli scarti del latte e della lana: «Trasformiamo quelle che sarebbero eccedenze in prodotti modernissimi», racconta. tanto che la sua azienda s’è aggiudicata l’Euwiin awards 2013, come migliore innovatrice d’Europa.

Dalla natura arrivano le idee vincenti. E pure i pettirossi, minuziosi nel fare il nido, diventano una fonte di ispirazione per nuovi processi: «I macchinari sfruttano le tecniche di questi uccelli», rivela Daniela, che ha trascorso anni e anni a osservare e studiare il paesaggio della sua Sardegna: «L’innovazione deve avere cuore e gambe, deve cioè essere competitiva, non fermarsi alle nicchie di mercato». Per Edilana lavorano sessanta persone. E poi c’è l’indotto: «Tante realtà locali che stavano chiudendo, si sono riconvertite e continuano a vivere», dice. Proprio qui, in questo angolo di Sardegna, dove una volta la ricchezza erano le miniere. Quella di Montevecchio, chiusa nel ’91, assorbiva gran parte della manodopera. Ora non più. Servono nuove ricette. E Daniela ne ha una: «La crisi non si supera sfruttando i lavoratori o delocalizzando aziende, noi abbiamo scelto una strada diversa e continuiamo a ottenere buoni risultati». Per questo Daniela non ha mai pensato di lasciare la Sardegna: «Abbiamo un’abbondanza che domanda solo di essere impiegata al meglio e il contesto naturale ispira le nostre azioni. Ci hanno chiesto di investire in Europa, ma io resto qui, vorrei solo che chi governa mostrasse più attenzione ai nostri bisogni e alle nostre idee».

Domenico Cristofaro di Ecoplan - foto...
Domenico Cristofaro di Ecoplan – foto di Alessandro Penso (OnOff)

La Piana della bellezza
Le olive e la testardaggine calabrese hanno fatto la fortuna di Domenico Cristofaro. Suo padre morì che lui era ancora un bambino. Era un sarto iscritto al Pci, che animava i dibattiti della sezione del partito. Da lui ha ereditato la passione per le idee. E così, da adulto, quando un professore universitario gli suggerì di utilizzare la sansa delle olive per produrre lastre per l’edilizia, decise che quella proposta un po’ bizzarra sarebbe diventata il suo mestiere. Adesso ha 48 anni, i capelli grigi, il fisico asciutto di un tempo e la sua azienda, laEcoplan, è diventata un modello studiato dagli ecologisti non solo italiani. Vive a Polistena, nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria. Da qui non è mai andato via. E proprio nei feudi delle cosche di ’ndrangheta più agguerrite ha portato la bioedilizia: sfrutta la sansa delle olive per produrre pannelli da costruzione. Già. La polpa, i frammenti del nocciolo e delle bucce, Ecoplan li tramuta in lunghe lamine giallastre riciclabili al cento per cento. Per fare case, soffitti e coperture. E da qualche tempo riutilizza anche la plastica dei pannolini dei bambini. Nell’azienda lavorano quattro persone: «Siamo una piccolissima realtà, ma la nostra esperienza ha riscosso interesse tra le imprese del settore, abbiamo un impianto unico al mondo nel comparto della green economy», racconta Cristofaro. «Purtroppo scontiamo l’arcaico pregiudizio sulle imprese del Sud, alcuni finanziatori, anche stranieri, dopo aver saputo che siamo qui in Calabria non hanno voluto concludere affari».

Fatica doppia, insomma, per un’azienda che ha vinto numerosi premi ed è stata inserita tra le aziende che investono di più nell’innovazione: «Abbiamo realizzato la pavimentazione in plastica riciclata di piazza Giardino di Pero, vicina all’area Expo 2015». E a breve lancerà i banchi di scuola ecologici, di cui il premier Matteo Renzi è già stato informato: «Saranno ecosostenibili e li proporremo alla pubblica amministrazione, che risparmierebbe sul prossimo smaltimento, visto che i nostri pannelli sono recuperabili al cento per cento».

C’è un altro luogo comune sul Sud che Cristofaro vuole sfatare: «I soldi stanziati per le regioni meridionali arricchiscono l’intero Paese, non solo il meridione. Dei due milioni e mezzo che abbiamo ricevuto, oltre l’80 per cento è stato speso al Nord per gli impianti e i macchinari». E aggiunge: «siamo tra i pochi, forse gli unici, ad aver restituito parte del denaro concesso a fondo perduto, più del 35 per cento». Una lezione etica anche per le aziende della piana di Gioia Tauro, aperte da industriali del Nord, e poi dileguate una volta incassato il malloppo di quattrini pubblici.

Monica Ceravolo di Obiki - foto di...
Monica Ceravolo di Obiki – foto di Alessandro Penso (OnOff)

Artigianato made in Napoli
Unire Tokio a Napoli? Lei ci è riuscita. Monica Ceravolo è un’imprenditrice di 36anni che ha saldato la cultura giapponese all’artigianato partenopeo. Calabrese di origine e napoletana d’adozione, capello nero, viso affilato, dolce ma decisa, ha avviato una start up di fashion design nella città dove i sarti producono opere d’arte con ago e filo. Lei ha scelto di inventarsi borse artigianali, ognuna diversa dall’altra e tutte in pelle rigorosamente italiana e seta giapponese, la stessa dei celebri kimoni. Obiki è il nome del marchio: «Ho vissuto in Giappone per molto tempo, lì è nato il progetto Obiki, che significa “indossare l’obi” la tipica cintura a fascia giapponese che stringe il kimono ai fianchi», spiega Monica. Così si è messa alla ricerca di artigiani capaci. «Non è stato facile, è un mestiere antico che sta scomparendo, ma dopo una lunga selezione ne ho scelti due con i quali lavoro ancora oggi».

La scommessa di Monica è puntare tutto sul made in Italy. Si affida a maestri che creano solo pezzi unici e il mix di lavoro manuale e antico delle pelli con l’innovazione dell’idea è stato premiato al Mipel 2012, la più importante fiera di pelletteria italiana, dove Obiki è stata selezionata come migliore start up. Vende a Napoli, dove ha un “corner” nella pellicceria Rubinacci, e sull’isola di Ibiza nel lounge bar “Chilometro 5”. Poi è nato pure un negozio on line. Con una sfida doppia: farlo a Napoli e in quell’Europa invasa da merce contraffatta o di qualità pessima a basso costo: «Fare l’imprenditrice in Italia non è facile, al Sud ancora meno», racconta. «C’è la burocrazia asfissiante e ci sono le tasse troppo alte per i giovani che vorrebbero mettersi in proprio, tanto che anche se hai molte commesse, spesso i costi superano i ricavi. È un inferno. Ma restare in Italia, e al Sud in particolare, è una grande sfida. Qui c’è passione, talento, più che altrove».

 

Fonte: L’Espresso

L’allarme di PeaceLink: “Diossina anche nei bovini”

“Statte, Taranto e Massafra, il triangolo della contaminazione”, denuncia Alessandro Marescotti

“A Taranto si aggrava e si allarga la contaminazione da diossina. La diossina è infatti arrivata a Massafra (un comune che dista una quindicina di chilometri da Taranto) e per la prima volta colpisce i bovini.

La marcia contro l’inquinamento del 6 aprile da Statte a Taranto si carica così di altra indignazione per lo scoppio di una nuova emergenza: i bovini alla diossina scoperti a Massafra.

Il trilatero Statte-Taranto-Massafra è diventato il “triangolo della diossina”.

Le analisi sono state effettuate dall’Istituto Zooprofilattico di Teramo, in seguito ai prelievi effettuati dalla ASL su un allevamento di Massafra.

Avendo accertato per la diossina il superamento dei limiti di legge nel latte di mucca, ora si procederà all’analisi della carne.

Dopo gli ovini sarà la strage dei bovini?

E’ molto probabile infatti che nelle carni dei bovini i valori della diossina saranno molto più alti, come ha insegnato l’esperienza delle pecore, nelle quali i valori riscontrati sono risultati anche dieci volte superiori rispetto al latte.

Da tempo PeaceLink chiedeva alla Regione Puglia il controllo della diossina sulle carni macellate senza ottenere però che venisse effettuato. Eppure il tavolo tecnico regionale per la diossina conveniva sull’opportunità di un simile controllo sui macelli.

Ora si dovrà procedere alla misurazione della diossina nelle carni bovine e questo è un passaggio importantissimo al fine di verificare la sicurezza alimentare di un settore rimasto fuori dai controlli diretti sulla carne, limitatisi fino ad ora solo alla carne di pecore e capre risultate positive al controllo della diossina sul latte.

Da tempo chiedevamo alla Regione che il controllo andasse fatto prima sulla carne e poi sul latte, in quanto la carne è più contaminata del latte. Controllare viceversa prima il latte e poi in subordine la carne era a nostro parere una procedura non corretta che avrebbe potuto tenere fuori dai controlli capi contaminati nella carne e non nel latte, restringendo i controlli ai capi positivi sia al latte sia alla cane.

Il fenomeno che ci fa riflettere è la contaminazione transgenerazionale. Le mucche sembrano aver trasmesso anche ai vitellini la diossina che trattengono come carico corporeo elevato, e tramite l’allattamento dei vitellini si sta determinando una catena di contaminazione a ciclo continuo. Sta avvenendo qualcosa di drammatico e infernale che trasmette di generazione in generazione un avvelenamento chimico che rischia di distruggere un pezzo pregiato dell’economia locale, la cui filiera comprende anche le mozzarelle e i pregiati formaggi di mucca locali. Fino ad ora a rischio era stato solo il pecorino.

Sarà importante verificare come è avvenuta la contaminazione e se abbia giocato un ruolo il fieno raccolto attorno all’area industriale.

L’area di venti chilometri interdetta al pascolo deve essere bonificata e chi ha inquinato deve pagare.

Non e’ superfluo ricordare che a Taranto e’ stata chiusa la centrale del latte per ragioni economiche e alcuni hanno visto in questo anche la paura della diossina che ha portato molti a scegliere di comprare marche nazionali”.

Fonte: Corriere di Taranto

Dalla diossina alla canapa, oggi la semina. Fornaro: “E’ un giorno di festa”

“Per noi è una giornata di festa, finalmente si ricomincia”Vincenzo Fornaro non nasconde il suo entusiasmo mentre è in corso un evento dal grande valore simbolico: la semina della canapa su tre ettari di terreno. Protagonista di questa storia di riscatto è la masseria Carmine, reduce da anni dolorosi a causa dell’abbattimento di circa 600 capi di bestiame contaminati da pcb e diossine provenienti dall’Ilva.

La semina è avvenuta sotto un cielo nuvoloso, che ha offerto anche qualche goccia di pioggia  (noi vogliamo interpretarla come una benedizione),  davanti agli occhi di un folto gruppo di cittadini sensibili alle tematiche ambientali e felici di poter condividere con la famiglia Fornaro l’inizio di questa nuova sfida.

Si punta sulla canapa, una pianta che ha proprietà disinquinanti e molteplici utilizzi: dalla bioedilizia al tessile, senza dimenticare l’uso alimentare e farmaceutico. Il primo raccolto è previsto a settembre. Poi, in base ai risultati delle analisi che si faranno sul prodotto ottenuto, si deciderà su cosa orientarsi. Ma quello di oggi non è stato solo il primo passo di un nuovo cammino. Ha rappresentato anche un’inedita occasione per ritrovare il sorriso. Ed è soprattutto di occasioni come queste che i tarantini hanno bisogno.

Fonte: InchiostroVerde.it

Cittadella dello sport: Taranto Futura presenta il progetto

All’insegna dello spirito spartano che ci appartiene e che ci portiamo dentro in maniera innata e istintiva e che piano piano si è diffuso per tutto il mondo, si è svolta la Conferenza Stampa organizzata da Taranto Futura presso il Magna Grecia in via Zara oggi alle 18.00.

L’Avvocato Nicola Russo Presidente del Comitato, ha presentato il progetto della Cittadella Spartana dello Sport; Taranto Futura già tempo fa ha invitato l’Ing. Boldoni che si occupa di dilettantistica, a interessarsi alla città di Taranto e soprattutto al calcio, affinchè si recuperi l’entusiasmo per la nostra squadra e che possa risalire in serie B.

Questo progetto è l’occasione ottimale per risollevarci, in quanto abbiamo tutte le possibilità per farlo: lo sport può dare davvero un grosso contributo all’aspetto economico-culturale di una città, può essere quel valore aggiunto definitivo e caratterizzante.

L’Amministrazione comunale ha accolto appieno il progetto nella rappresentanza degli assessori Francesco Cosa e Gionatan Scasciamacchia, rispettivamente assessori alla Pianificazione Urbanistica-Edilità, Area Vasta, Condono e allo Sport, in quanto per il Comune il progetto è a costo zero, dato che all’insegna della legalità e trasparenza, sarà bandita una gara d’appalto per il finanziamento.

Presenti, nonché interessati al progetto, anche il Presidente della Camera di Commercio di Taranto Luigi Sportelli, l’Università di Taranto e l’Università Bocconi, oltre a tutte le associazioni tarantine che rappresentano lo spirito spartano di ogni cittadino: tra queste Taranto Libera che attraverso varie slide ha mostrato quanto lo spartano sia diffuso nel mondo, l’importanza dello “Spartan Race” gara mondiale in cui si misura il valore e la prestazione di uno “Spartano”, svolta in tutto il mondo secondo un calendario, in Italia paradossalmente a Roma piuttosto che a Taranto.

La Cittadella Dello Sport di Taranto sorgerà nei pressi del Palafiom alla Salinella, nell’ampio spazio di terreno circostante.

Fonte: PassioneRossoblu.com

 

Spalluto: «I comitati al posto delle circoscrizioni. A costo zero»

Dopo la riforma che ha cancellato i Consigli, il capogruppo di Sds rimarca l’importanza di costituire organismi con analoghe funzioni

«Dopo la cancellazione dei Consigli circoscrizionali, è arrivato il momento di provvedere alla costituzione di un organismo gratuito con analoghe funzioni».

Il capogruppo Sds in Consiglio comunale, Alfredo Spalluto, rimarca l’importanza di “ricostituire” le circoscrizioni – dopo la recente riforma – come «anello di congiunzione tra cittadino e Amministrazione civica anche se in forme più ‘leggere’ e soprattutto a costo zero, senza prevedere indennità e rimborsi lavorativi».

«La proposta di regolamento delle circoscrizioni territoriali – ammette lo stesso Spalluto – è all’ordine del giorno della Commissione Affari Generali da troppo tempo».

A tal proposito, il capogruppo Sds ha sollecitato il consigliere comunale Michele De Martino – in qualità di presidente della stessa Commissione Affari Generali – affinchè si inserisca al più presto la proposta di regolamento all’ordine del giorno del Consiglio comunale.

«Il Consiglio – spiega Spalluto – deve costituire dei comitati semplici e snelli, composti da rappresentanti delle realtà sociali dei quartieri, presieduti da un rappresentante dello stesso Consiglio, in modo da garantire la rappresentatività delle forze presenti».

Tra i compiti previsti dai comitati, quelli di «favorire le attività socio-assistenziali a vantaggio di indigenti e cittadini deboli; svolgere attività integrativa per l’infanzia e servizi parascolastici quali soggiorni estivi, animazione pomeridiana, supporto all’educazione di famiglie in difficoltà, ma anche ospitare presìdi della Polizia Locale, attività culturale e sportiva».

Quanto alle sedi dove dislocare i nuovi organismi – conclude il capogruppo Sds – si potrebbe «guardare a quelle vecchie, senza però uso esclusivo, in quanto sulla base di regole decise dal Consiglio comunale, i comitati dovranno garantirne l’uso temporaneo, a costi vantaggiosi, alle associazioni culturali, politiche e di promozione sociale del quartiere purché non animate da fini speculativi».

Fonte: Corriere di Taranto

Trasporto oncologico sospeso: i lavoratori protestano

Domani  dalle 10 alle 14, davanti alla sede del Consiglio regionale pugliese, 44 operatori del trasporto oncologico di Taranto, hanno indetto un nuovo sit-  in di protesta. Il servizio di trasporto oncologico è stato sospeso  il 31 gennaio scorso. I manifestanti chiederanno un incontro urgente all’assessore alla Sanità Elena Gentile per sollecitare “la riattivazione immediata del servizio di Taranto e provincia e riassunzione degli operatori”.

Il portavoce Alfonso Alfano chiede in una nota “la riassunzione degli operatori del servizio licenziati in maniera illegittima dalla direzione dell’Asl di Taranto”.

Fonte: PassioneRossoblu.com